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LA PREISTORIA.
Numerosi resti paleolitici rinvenuti in
Sicilia, testimoniano la presenza di antichi
insediamenti umani; alcune tracce di questi
resti sono visibili nelle grotte dell'Addaura,
vicino Palermo. Dislocate in più punti
dell'isola, la testimonianze dell'età neolitica
raccontano la cultura delle origini:
interessanti grotte si trovano, ad esempio,
presso gli arcipelaghi delle Egadi e delle
Eolie, a Stentinello (Siracusa), a San Cono (Caltanissetta)
e a Villafrati (Palermo). All’età dei
metalli si fanno risalire intere necropoli come
quelle di Cassibile e di Pantalica.
I reperti più antichi confermano la presenza di
identità etniche appartenenti a tre divers i
gruppi: elimi, sicani e siculi. Secondo quanto
riporta lo storico Tucidide, la Sicilia
orientale era popolata dai siculi, il centro dai
sicani e l'occidente dagli elimi, essendo non
indoeuropei questi ultimi due e sicuramente
indoeuropei i primi. Anche i fenici, di origine
semitica, fondano le loro basi commerciali
nell'isola a partire dall'età dei metalli.
Dell'età del ferro rimangono tracce di villaggi
di capanne, come a Monte Finocchito. Le zone di
maggiore interesse archeologico, attraverso cui
leggere la storia di queste popolazioni,
risultano essere Solunto, Jato e Himera. In
particolare, sul Monte Jato (distante circa
trenta chilometri da Palermo) si sono
concentrate le ricerche degli ultimi trenta
anni. Il prof. Peter Isler, dell'Università di
Zurigo guida, dal 1971, un gruppo di archeologi
alla scoperta di Monte Jato: gli scavi hanno
portato alla luce uno splendido teatro, l'agorà
(la piazza), strutture residenziali private, il
tempio di Afrodite, le fortificazioni ed altre
testimonianze della grande città sepolta.
Non essendoci pervenute tracce scritte, possiamo
interpretare gli eventi relativi alle civiltà
preclassiche solamente attraverso i manufatti o
le modificazioni dell’ambiente naturale. Gli
studiosi sono d’accordo nel ritenere che le
manifestazioni artistiche fondano i valori
formali arcaici e che questi persistono anche in
civiltà successive. In tal senso non ci si può
riferire alla prima età della pietra senza
considerarne l’arte. Una delle più realistiche
espressioni d’arte rupestre del paleolitico
superiore è quella costituita dalle incisioni
parietali preistoriche, raffiguranti scene
rituali o di iniziazione, ritrovate nelle grotte
dell’Addaura, presso Palermo; in cavità naturali
come quelle dell'Addaura, l'uomo trova riparo,
celebra i primi riti propiziatori, seppellisce i
sui morti e disegna graffiti dal significato
magico e augurale. Al paleolitico inferiore
risalgono arnesi in pietra scheggiata, scoperti
ad Agrigento nel 1968. Si tratta di ciottoli
scheggiati su una faccia a forma di mezzaluna o
di bifronti semplici. Questi oggetti si trovano
in abbondanza nell'Africa del nord, sede di
importanti esempi di arte cavernicola.
Nel 1950, la grotta della Cava dei Genovesi,
nelle Egadi, ha rivelato interessanti disegni di
animali incisi e curiose figure antropomorfe
stilizzate, dipinte in nero.
La
vita nell’età neolitica risale in media all’VIII
millennio a.C. e si esprime, per la prima volta,
nell’indipendenza dell’uomo dalla natura.
L'uomo, infatti, non vive più dei frutti
spontanei della caccia, della raccolta o della
pesca ma elaborera la domesticazione,
l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. Tra
le conquiste culturali di maggiore rilievo c'è
la navigazione, la lavorazione della ceramica e
la tessitura. I primi insediamenti neolitici
dell’area mediterranea sono individuati nelle
regioni del Medio Oriente e nel basso corso del
Nilo, da cui si sono diffuse, in seguito, varie
correnti culturali verso l’Occidente. In
Sicilia, così come in Liguria e in Puglia, l'età
neolitica ha generato la cultura della ceramica
impressa: lo testimoniano siti archeologici noti
come, ad esempio, Stentinello, San Cono e
Villafrati. In particolare Stentinello deriva il
suo nome deriva da un villaggio fortificato
situato 5 km a nord di Siracusa, in cui si
trovano resti di capanne a pianta rettangolare,
vasi di terracotta decorati a impressione (con
il punzone o con l’unghia) e utensili litici di
selce, basalto e ossidiana. Non mancano
ulteriori resti di civiltà neolitica a Matrensa
e Megara Hyblea.
Verso il 2500 a.C. appare in Europa occidentale
il primo metallo, il rame, che l’uomo fuse con
lo stagno ottenendo il bronzo. Con l’età del
bronzo si entra nella protostoria, cioè nel
periodo di transizione compreso tra i tempi
storici e quelli preistorici. Nella Protostoria
si elaborano le prime documentazini scritte; a
partire da queste documentazioni ricaviamo i
limiti cronologici, che variano in relazione ai
diversi paesi: nell'Europa occidentale la
protostoria coincide con la prima età del ferro.
Gli scavi stratigrafici di Chiusazza, vicino
Siracusa, hanno portato alla luce manufatti in
ceramica dell’età del rame; questa ceramica è
stata classificata in diversi tipi i più antichi
dei quali sono anteriori al protoelladico greco
e si apparentano ai tipi tardivi del neolitico
nella Grecia continentale. La ceramica dei
bellissimi vasi monocromi rossi, semi ovoidali
di Malpasso, e quella del fiaschetto a collo
alto di Monte Sant’Ippolito, si fa risalire ad
un tipo noto a Cipro, della prima età anatolica
del bronzo. Durante l’età del bronzo si fa
sempre più imponente in Sicilia l’influenza
della civiltà micenea, allora nel suo primo
sviluppo
marittimo ed espansionistico. Appartengono a
questo periodo le tombe scavate nella roccia,
con ampia cella preceduta da un vano di accesso,
rinvenute a Pantalica, a Monte Sant’Ippolito, a
Castelluccio e a Cassibile. L'abbondanza
dei reperti ritrovati permette di stabilire una
cronologia relativamente precisa. Favorite dalla
vicinanza dello Stretto di Messina e
dall'esperienza dei propri marinai, le Isole
Eolie vivono una brillante rinascita. Negli
strati di Capo Graziano (Filicudi) si trovano
prodotti egei appartenenti alla fine dell'elladico
medio (1580 - 1550) e al miceneo (1550 - 1400
a.C.); si tratta di ceramiche ad impasto
piuttosto grossolano, ornate di linee incise e
punti, derivate da un prototipo dell'elladico
medio del Peloponneso (plimia). Nella stessa
zona si trovano armi ed attrezzi di pietra,
stampi per oggetti di bronzo e fusi che
attestano l'uso della filatura e della
tessitura. In Sicilia, la civiltà detta di
Castelluccio sembra contemporanea all'elladico
medio e recente (1800 - 1400 a.C.).
Rinvenimenti risalenti alla civiltà di
Castelluccio sono le tombe che si presentano
come piccole celle arrotondate aperte verso
l'esterno da una finestrella che dà su un
pozzetto o su una specie di edicola, e chiusa da
una lastra, talvolta scolpita con decorazioni a
spirale.
Arricchiscono il decoro funerario trovato
all'interno di queste tombe, lame in ossidiana,
asce in basalto, armi in pietra e statuette
sacre. Tipica dell'elladico medio è la ceramica
a fondo giallo e rosso, dipinta con linee
marroni o nerastre e la ceramica "cappadoce"
dell'Anatolia centrale. Di chiara influenza
occidentale è il "bicchiere campaniforme"
iberico, di cui ritroviamo alcuni richiami nei
rinvenimenti della parte nord-occidentale della
Sicilia. Solo alla fine del II millennio a.C. ha
inizio l’età del ferro che ha visto la
definitiva indoeuropeizzazione delle popolazioni
mediterranee della penisola. Tale fenomeno porta
alla costituzione, in Italia, di un
vero
e proprio mosaico di popoli: quelli che parlano
lingue pre-indoeurope e quelli che invece usano
idiomi di origine indoeuropea. I primi, più
antichi, sono stanziati nella fascia tirrenica e
nella Sicilia occidentale, gli altri occupano la
costa orientale. I popoli non indeuropei sono
invece gli elimi e i sicani nella Sicilia
centro-occidentale, e i fenici di origine
semitica che mantengono le loro basi commerciali
nell'isola. I siculi sono sicuramente indeuropei
e si affermano nella Sicilia orientale. Dell'età
del ferro rimangono tracce di villaggi di
capanne, come a monte Finocchito mentre le
ceramiche e gli oggetti metallici rinvenuti,
testimoniano scambi commerciali con i popoli
ellenici.
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ANTICHITA’. La Sicilia entra nell'età
storica con la colonizzazione greca, che
s'inizia con la fondazione di Nasso per opera
dei calcidesi e di Siracusa per opera dei
corinzi, attorno alla meta del sec. VIII a. C. A
loro volta gli abitanti di Nasso fondarono
Catania; poco dopo Siracusa sarebbe stata
fondata Cuma, presso l'attuale Napoli, e questa
avrebbe fondato Zancle (Messina). Sorsero poi
Selinunte nella seconda meta del sec. VII e
Agrigento al principio del VI. Poco dopo i greci
giunsero i fenici. Nel sec. VI la costa
occidentale della Sicilia è controllata dai cartaginesi, fondatori di Panormo (Palermo) e di
Solunto. La civilta dei greci stabilitisi in
Sicilia e dei loro discendenti (sicelioti) è
perfettamente analoga a quella della Grecia
propriamente detta. L'istituzione fondamentale è
la polis o citta-stato; anche quando si formano
stati più vasti, essi sono pur sempre aggregati
di città. Non pare che nelle città siceliote
(come neppure in quelle italiote) vi sia mai
stata la monarchia. L'aristocrazia fondiaria
tenne generalmente il potere fino alla meta del
sec. VI; poi cominciò a crescere l'influenza dei
ceti mercantili e artigiani. Successivamente al
periodo di egemonia aristocratica si ha pertanto
una fase di tensione tra l'aristocrazia e il
popolo, mirante quest'ultimo a ottenere
l'uguaglianza dinanzi alla legge (donde le
legislazioni attribuite a personaggi leggendari)
e la partecipazione ai diritti politici.
L'opposizione all'aristocrazia favorì, come in
Grecia, il sorgere dei tiranni, che intorno al
500 a. C. troviamo in quasi tutte le città della
Sicilia. La Sicilia fu, al pari della Magna
Grecia, un centro di cultura greca: ricordiamo
almeno i nomi di Stesicoro, Epicarmo, Sofrone,
Gorgia, Empedocle. Sollecita e splendida fu la
fioritura artistica,
specialmente
nell'architettura religiosa. Tra la fine del
sec. VII e il principio del VI sorsero i primi,
semplici templi a Selinunte, Agrigento,
Siracusa; nel corso del VI si ebbero le grandi
costruzioni dei templi dorici. Con le
costruzioni architettoniche si sviluppò la
decorazione scultorea: famose sono le metope di
Selinunte. Anche le arti minori ebbero
larghissimo sviluppo; di grande valore estetico
sono le monete delle città siceliote. II primo
posto per importanza politica fu acquistato in
Sicilia da Siracusa, che divenne antesignana
nella lotta contro cartaginesi ed etruschi. La
sua ascesa risale al principio del sec. V sotto
il tiranno Gelone, vincitore a Imera (ca. 480)
dei cartaginesi, mentre il fratello e successore
Gerone sconfisse gli etruschi a Cuma per mare
(474). Dopo la morte di lui si ebbe a Siracusa
una rivoluzione di stampo democratico, che porto
al ristabilimento dell'indipendenza delle città
siciliane assoggettate dai tiranni siracusani.
Siracusa prosegui tuttavia la sua dinamica
attività marittima fin nell’Italia centrale. Si
ebbe a quel punto in Sicilia un tentativo dei
siculi di liberarsi dal dominio greco e di
costituire un regno proprio sotto Ducezio; ma il
tentativo finì per fallire (460-440). Nella
seconda meta del sec. V Atene venne a
contrastare la potenza della dorica Siracusa;
ma la grande spedizione ateniese del 415-413 a.
C. finì in un disastro. Di questo indebolimento
dei greci approfittò Cartagine per ricostruire
il suo potere in Sicilia, occupando nel 409
Selinunte, nel 405 Agrigento. Siracusa sferrò la
controffensiva sotto il tiranno Dionigi il
Vecchio (405-367), che però non spinse a fondo
la guerra contro i cartaginesi perchè impegnato
nella sottomissione delle città siceliote e nei
tentativi d'espansione in Italia, ove si spinse
fino nell'Adriatico superiore. Dopo la sua morte
si ebbe a Siracusa un lungo periodo di
sconvolgimenti, terminato nel 343 con il
ristabilimento della libertà per opera di
Timoleone. Questi vinse i cartaginesi, promosse
la liberazione delle città siceliote dai tiranni
e la loro alleanza. Siracusa riprese la sua
politica egemonica verso il 316 a. C. per opera
del tiranno Agatocle, che sottomise le altre
città greche, assunse il titolo di re (305) e
combatte contro Cartagine. Lui morto (289),
Siracusa torno alla libertà. Premuta nuovamente
dai cartaginesi, essa, insieme con Agrigento,
invitò Pirro re d'Epiro, che era venuto in
Italia, su chiamata di Taranto, a combattere i
romani. Pirro passò in Sicilia e ottenne vari
successi; ma la discordia insorse fra lui e i
suoi alleati ed egli fece ritorno sul
continente. I cartaginesi ristabilirono la loro
potenza nell’isola, mentre Siracusa doveva
difendersi dai mamertini, mercenari campani
impadronitisi di Messina. Durante la guerra
contro di essi si ebbe la costituzione a
Siracusa della nuova tirannia di Gerone II (270)
e l'intervento dei romani, chiamati dai
mamertini. Di qui l’inizio della prima guerra
punica.
Questa (264-241) portò l'assoggettamento
dell'isola a Roma, che ne fece la sua prima
provincia: una parte del territorio divenne ager publicus, il resto venne sottoposto a tributo.
Vi si mantennero tuttavia, o vi si formarono,
città federate (Siracusa) e municipi romani.
Durante la seconda guerra punica (218-201) vi
furono ribellioni siceliote contro i romani,
principalmente a Siracusa e Agrigento; famoso fu
l'assedio della prima (213-211) da parte dei
romani. Le misure di rigore che vennero imposte
dai vincitori recarono un grave colpo alla
Sicilia. Siracusa fu fatta tributaria; la
cittadinanza di Agrigento fu venduta schiava e
sostituita con siciliani romanofili. Le larghe
confische di territorio portarono allo sviluppo
del latifondo, alla diminuzione degli abitanti,
alla decadenza economica dell'isola e a una
moltiplicazione di schiavi che generò le
cosiddette guerre servili: notevole quella del
138 a. C, cui si mescolò un risveglio dei
sentimenti d'indipendenza dell'isola. Dopo
d'allora la storia della Sicilia nel periodo
romano è quasi totalmente silenziosa. Ricordiamo
solo che, dopo la morte di Cesare, essa fu
tenuta per alcuni anni, insieme con la Sardegna,
da Sesto Pompeo, finché la flotta di Ottaviano,
sotto il comando di Agrippa, disfece nel 36 a.
C. quella avversaria. L'isola assistette allora
allo stanziamento di molti veterani dotati di
terre, ciò che ne promosse la latinizzazione.
Essa tuttavia, nell’ordinamento delle regioni
augustee, è considerata come non facente parte
dell’Italia. La concessione generale della
cittadinanza romana che era stata fatta da
Antonio non fu infatti mantenuta da Augusto, il
quale però concesse alle principali città i
diritti di municipio romano o di colonia
latina. La Sicilia partecipò al processo di
decadenza economica e politica dell'impero dopo
gli Antonini. Con l'ordinamento
dioclezianeo-costantiniano essa venne, insieme
con le altre due grandi isole, a far pane
dell'Italia. Ma alla meta del sec. V d. C. i
vandali, stabilitisi in Africa, s'impadronirono
di essa e della Sardegna.
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DALLA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO D'OCCIDENTE ALLA
CACCIATA DEGLI ANGIOINI. Odoacre
ottenne la restituzione della Sicilia da
Genserico dietro pagamento di un tributo;
Teodorico ne conservò il possesso liberamente. I
goti non fecero stanziamenti in Sicilia; l'isola
rimase effettivamente nel dominio dei
latifondisti romani (fra cui principale il
vescovo di Roma) e questo facilitò la sua
immediata adesione al generale imperiale
Belisario quando vi sbarcò nel 535 iniziando la
riconquista dell'Italia. L'isola rimase per tre
secoli sotto la dominazione bizantina senza far
parte nè della circoscrizione italiana, nè di
quella africana, in dipendenza diretta da
Costantinopoli, come una sorta di demanio
imperiale. Grandissima influenza continuò ad
avervi la chiesa romana. I longobardi, privi di
flotta, non misero mai piede in Sicilia.
Cominciarono invece gia nel sec. VII le
incursioni musulmane dall’Africa. L'occupazione
stabile dell'isola da parte dei musulmani si
iniziò con lo sbarco a Mazara nell'827. La
conquista procedette lentamente: nell'831 fu
presa Palermo, nell'843 Messina. nell'859 Enna (Castrogiovanni).
Rimase ancora ai greci una striscia a oriente
con Siracusa, che cadde solo nell'878, e
Taormina, che resse fino al 902. II dominio dei
musulmani in Sicilia fu assicurato per secoli
dai loro stanziamenti nell’Italia meridionale
che ne formarono come il propugnacolo, dalla
divisione politica dell'Italia e dalla impotenza
degli imperatori franchi e tedeschi a riunirla
sotto il proprio dominio. Furono invece i
normanni a stabilirsi nel Mezzogiorno: essi,
prima ancora di compiere la conquista del
continente si rivolsero a togliere l'isola ai
musulmani. Ruggero d'Altavilla iniziò l'impresa
verso il 1060 e la compi nel 1091, tenendo la
Sicilia con il titolo comitale come feudo di
Roberto il Guiscardo. A lui successe Ruggero II,
che alla Sicilia riunì il Mezzogiorno
continentale ed ebbe nel 1130 dall'antipapa
Anacleto II e poi nel 1139 da Innocenzo II la
corona di Sicilia come feudo della Santa Sede.
Gli successe il figlio Guglielmo I, detto il
Malo (1154-66) per la durezza con cui
egli, o
piuttosto il suo onnipotente ministro,
l'ammiraglio Maione di Bari, represse le rivolte
dei grandi, specialmente in Puglia. Questi si
erano rivolti a Federico Barbarossa e
all’imperatore bizantino Manuele I Comneno. Le
milizie bizantine sbarcarono in Puglia,
occuparono Bari e Trani e posero l'assedio a
Brindisi (1155). Non avvenne però la
congiunzione tra le forze dei due imperi; e
Guglielmo I. venuto in Sicilia con un grosso
esercito, soffocò la rivolta sul continente.
Egli ebbe dal pontefice l’investitura di tutto
il regno (1156). Andarono perdute però le
conquiste africane fatte da Ruggero II. Successo
a Guglielmo I il secondogenito Guglielmo II il
Buono (1166-89), il regno si andò pacificando.
Nella contesa tra il papato e i Comuni da una
parte e il Barbarossa dall'altra, Guglielmo II
stette con i primi per difendersi dalle mire
imperiali. Dopo Legnano egli concluse con il Barbarossa, al pari dei Comuni lombardi, una
tregua a Venezia (1177) e la pace a Costanza
(1183). Guglielmo II ebbe ripetutamente a
lottare con l'impero d'Oriente a cui si
accostava Venezia. Ciò favorì un'intesa fra
impero tedesco e regno normanno: Guglielmo II
fidanzò l'unico discendente legittimo della
dinastia, Costanza figlia di Ruggero II, con il
figlio dell'imperatore, Enrico (1184). II
matrimonio fu celebrato a Milano nel gennaio
1186. Morto Guglielmo II, contro Enrico VI si
levò un forte partito che gli oppose un rampollo
illegittimo della casa normanna, Tancredi, conte
di Lecce, il quale fu riconosciuto da papa
Clemente III. Una prima spedizione di Enrico IV
(1191) non riuscì nella conquista del regno; una
seconda, avvenuta dopo la morte di Tancredi
(febbraio 1194). portò alla conquista di esso, e
alla fine del 1194 Enrico prese la corona reale
in Palermo. Tentativi di rivolta furono da lui
ferocemente domati. Egli intendeva fare del
regno la base per una grande spedizione contro
l'impero greco; ma la morte lo colse
improvvisamente in Messina nel settembre 1197.
II figlio di lui, Federico II, procedette a un
riordinamento generale del regno; con suo figlio
Manfredi, caduto a Benevento (1266), crollarono
le sorti degli svevi in Sicilia e, più in
generale, del partito ghibellino in Italia. II
vincitore di Manfredi, Carlo I d'Angio, a cui il
pontefice aveva trasmesso il regno, ne rimase
padrone; e vana riuscì la successiva spedizione
di Corradino (1268), che venne decapitato a
Napoli. II governo angioino non incontrò il
favore popolare, innanzi tutto per il suo
fiscalismo. Alcune sollevazioni vennero
ferocemente domate con lo sterminio d'intere
cittadinanze, e molti membri della nobiltà
locale furono spogliati in favore di francesi.
Inoltre la Sicilia si sentiva posposta a Napoli,
ove Carlo aveva la sua sede. II malcontento
scoppio nell'insurrezione detta dei Vespri
Siciliani, iniziata il 31-III-1282, cui
seguirono l'intervento di Pietro III d'Aragona,
acclamato re di Sicilia, e la guerra cosiddetta
del Vespro fra Angioini e Aragonesi.
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DALLA PACE DI CALTABELLOTTA (1302) AL 1815.
Con la pace di Caltabellotta (1302) la Sicilia
rimase a Federico d'Aragona con il titolo di re
di Trinacria. Alla morte di lui l'isola sarebbe
dovuta tornare agli Angioini; invece Federico
fece riconoscere per successore il figlio
Pietro. Di qui una lunga guerra tra i due regni
che si protrasse inconcludente e assai dannosa,
con incursioni reciproche e sbarchi sulle coste
e con la istigazione e l'appoggio dato da re
Roberto di Napoli a fuorusciti e ribelli
siciliani. Nel 1337 Federico morì e gli successe
Pietro II (1337-42), nonostante una sentenza
pontificia dichiarasse la Sicilia devoluta a re
Roberto; a Pietro successe Luigi (1342-55).
Sotto di lui e sotto il successore Federico III,
Giovanna di Napoli e il marito Luigi di Taranto
intervennero, chiamati da molti signori,
ricevettero a Messina (1356) l'omaggio dei
sudditi siciliani e per qualche tempo furono
signori della maggior parte dell'isola. Ben
presto però Federico riprese il sopravvento, e
nel 1372 fu conclusa la pace, per la quale la
Sicilia rimaneva alla casa cadetta aragonese
come vassalla di Napoli e del papa. Morto
Federico III nel 1377, la successione della
figlia Maria non venne riconosciuta da Pietro
IV d'Aragona che cedette i suoi diritti sulla
Sicilia al secondogenito Martino il Vecchio, il
quale li trasmise al figlio Martino il Giovane.
La nobiltà dell'isola si divise nelle fazioni
aragonese e siciliana, della quale seconda
furono a capo i potentissimi baroni Chiaramonte.
La regina Maria fu fatta prigioniera dalla
fazione aragonese, condotta in Spagna e maritata
a Martino il Giovane, e questi venne coronato a
Palermo (1392). Pure la guerra civile continuò
sin verso la fine del secolo. Morti Maria (1402)
e Martino il Giovane (1409), Martino il Vecchio
re d'Aragona si dichiarò erede del regno di
Sicilia; ma, morto anche lui quasi subito dopo
(1410) ed estintasi la casa d'Aragona, seguì un
periodo d'interregno finché i siciliani, al pari
degli aragonesi, riconobbero il figlio della
sorella di Martino il Vecchio, Ferdinando di
Castiglia, venendo così riuniti i due regni di
Aragona e Sicilia. In Sicilia i primi re
aragonesi emanarono molte costituzioni per
difendere i diritti popolari dagli abusi feudali
e fiscali, e costituirono definitivamente
l'istituto del parlamento, un'assemblea di
origine normanna composta di nobili, clero e
deputati delle città regie (cioè non feudali),
cui fu riservato il diritto di deliberare pace e
guerra, di votare le imposte, di censurare i
pubblici
ufficiali. I re per tenere a freno la
nobiltà favorirono anche le libertà municipali;
ma, nonostante tutto questo, i feudatari
acquistarono un potere preponderate a danno
dell’autorità regia e dei Comuni. Le loro lotte
con questi e fra di loro desolarono l'isola, che
venne a poco a poco in profonda decadenza.
Alfonso d'Aragona e di Sicilia, figlio di
Ferdinando di Castiglia, acquistò anche Napoli
riunendo i due regni (1442). Ma alla sua morte
(1458) la riunione ebbe termine, perchè la
Sicilia passò con l'Aragona al fratello Giovanni
II, mentre Napoli fu lasciata da Alfonso, come
acquisto personale, al figlio naturale
Ferdinando I. Con Ferdinando il Cattolico figlio
di Giovanni, re di Aragona e Sicilia, che riunì
la Spagna sotto il suo governo, si ebbe di
nuovo, per la conquista del Napoletano (1501-03)
da lui operata contro il ramo collaterale e
contro la Francia, la riunione delle cosiddette
due Sicilie alla corona di Spagna, rimanendo
però distinte con il titolo di regno di Napoli e
regno di Sicilia. A Palermo risiedette un
vicerè. II governo spagnolo in Sicilia ebbe
caratteri oppressivi. II Tribunale di giustizia
funzionò in maniera arbitraria. Vennero ridotte
le attribuzioni del parlamento, sempre diviso
nei tre bracci, ecclesiastico, baronale e
demaniale. I nuovi sovrani, esasperando una
prassi gia affermatasi con i re normanni, svevi
e angioini, monopolizzarono il commercio del
grano, accrescendo la decadenza economica
dell'isola. La difficoltà delle condizioni
materiali di vita produsse numerose rivolte
popolari, come quella di Palermo e di Napoli
(Masaniello); di Nino della Pelosa, che fu messo
a morte; di Giuseppe Alessi, un battiloro, che
richiese si stabilissero i privilegi del tempo
di Pietro d'Aragona e si abolissero le gabelle
in tutta l'isola. II vicerè e i nobili
riuscirono a suscitare una sommossa contro l’Alessi,
in cui questi fu ucciso; e il popolo, privo di
un capo, fu domato. Seguirono altri moti, e in
ultimo, sul finire del 1649, una congiura
guidata da due eloquenti avvocati, Antonio Lo
Giudice e Giuseppe Pesce: la congiura fu
scoperta e i due uccisi. Più tardi fu Messina a
insorgere (1674) mettendosi sotto la protezione
di Luigi XIV; ma, quando questi penso a far pace
con l’alleanza dell'Aia, ordinò lo sgombero
della città (gennaio 1678), che ritornò così
sotto la Spagna. Con la pace di Utrecht (1713)
il regno di Sicilia fu assegnato a Vittorio
Amedeo II di Savoia, che nei brevi anni in cui
lo tenne contese con i papi per i diritti di
legazia ecclesiastica, proseguendo le dispute
già intense al tempo del dominio spagnolo.
La Spagna sotto la direzione dell'Alberoni tentò
di riconquistare i domini italiani e nel 1718 un
esercito sbarcò in Sicilia, occupandola. La
formazione immediata della Quadruplice alleanza
costrinse la Spagna a recedere dal suo
proposito: e allora la Sicilia fu trasferita
all'Austria, che non aveva cessato di
reclamarla, e così, riunita a Napoli, passava
sotto quella potenza per la ricordata pace di
Utrecht. II figlio di secondo letto di Filippo
V, della nuova dinastia borbonica di Spagna, Don
Carlos, durante la guerra di Successione polacca
compì (1734) una vittoriosa spedizione nel
regno, che riacquistò in lui un re indipendente,
anche se strettamente legato alla Spagna. Sotto
di lui (Carlo III, 1734-59) e sotto il figlio
Ferdinando IV, finché fu al governo il Tanucci,
si ebbe un indirizzo politico di stampo
riformatore. Dopo il ritiro del Tanucci,
soprattutto dopo l'inizio della rivoluzione
francese, prevalsero tendenze reazionarie:
questo non fece che favorire nella parte più
colta della popolazione lo sviluppo delle nuove
idee (il cosiddetto giacobinismo). A Palermo si
ebbe nei 1795 la congiura Di
Blasi. Nei 1799 e poi nei 1806-14 Ferdinando IV
si ritirò da Napoli davanti alle armi francesi,
riparando in Sicilia sotto la protezione della
flotta inglese. Ferdinando IV, per le pressioni
dell'Inghilterra, concesse alla Sicilia nel 1812
una nuova costituzione con le due camere dei
Pari e dei Comuni, sul modello inglese.
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DAL 1815 AI
GIORNI NOSTRI. Concepito
dall’aristocrazia come un mezzo per mantenere
l'essenziale della proprietà nobiliare, ma
avversato perchè si spingeva troppo in la
nell’abrogazione dei diritti feudali, voluto
dalla borghesia democratica per liquidare la
feudalità, ma in realtà respinto perchè troppo
timido su questa strada, il compromesso
costituzionale del 1812 non durò a lungo. La
monarchia borbonica soppresse definitivamente la
costituzione nei 1816 con i decreti dell'8 e 11
dicembre e Ferdinando IV (divenuto Ferdinando I)
riprese il controllo sulla Sicilia: ne abrogò
l’indipendenza e costituì il regno delle Due
Sicilie, liquidò le liberta costituzionali, le
franchigie, la magistratura, introdusse un nuovo
codice nel 1819 che restituì alla chiesa la
facoltà di acquistare terre. La borghesia non
costituiva una forza autonoma in grado di
smantellare i residui feudali e soprattutto in
grado di attuare una vera riforma agraria basata
sulla soppressione del latifondo e la redistribuzione delle terre. I gabelotti che
prendevano in gestione i fondi dai baroni erano
legati alla proprietà nobiliare, prosperavano
sui debiti dell'aristocrazia, assieme ai
notabili, agli avvocati, agli usurai, non
potendo quindi emanciparsi da questo sistema. In
questo periodo si delineava anche
l’atteggiamento delle classi sociali isolane nei
confronti dell'autonomia. I baroni avevano più
da guadagnare dall’indipendenza che
dall'unificazione del regno, potendo sperare, al
chiuso del loro territorio, di riprodurre nel
tempo il sistema della loro dominazione, seppur
con qualche correttivo. La borghesia democratica
guardava invece all'esterno, per trovare il
necessario supporto alla propria debolezza. Era
quindi in generale contraria all’autonomia e
vedeva nei Borboni la possibilità di ottenere
qualche riforma che, se appariva reazionaria sul
piano internazionale, paragonata ai movimenti
radicali dell'epoca, in Sicilia era vista come
un progresso. Ferdinando I non ripristinò i
vincoli giuridici del feudalesimo, ma essi si
riprodussero ugualmente per decenni, comprese le
corvees di lavoro, e poi tutto il sistema della
grande proprietà baronale rimase intatto. Sulle
masse contadine e popolari cominciarono a
pesare, oltre al fardello baronale, anche
l'amministrazione del nuovo stato, con nuove
tasse e imposizioni (registro e bollo, dazi sul
consumo), deliberate tra il 1816 e il 1820,
sullo sfondo di una grave crisi economica e una
depressione agricola che toccava tutta l'Europa
a partire dal 1817 e che si protrarrà ancora
oltre il 1848. E’ su questa base che scoppiò la
rivoluzione nel 1820. II tentativo
dell'aristocrazia di separarsi dai Borboni per
ritornare alla costituzione siciliana del 1812
fallì per la radicalizzazione della rivolta
popolare che si ispirava invece alla
costituzione spagnola. La lotta contro i Borboni
spingeva naturalmente anche le masse popolari
sulla strada dell'indipendenza, che non era però
tollerata dal nuovo governo
costituzionale di
Napoli (Ferdinando I aveva concesso la
costituzione spagnola del 1812 in seguito alla
rivoluzione napoletana). II governo
costituzionale, miope e senza coraggio, inviò un
esercito in Sicilia che ebbe la meglio anche per
il mancato sollevamento di altre città oltre
Palermo. Infine il 23-III-1821 gli austriaci
entravano a Napoli e deponevano anche il governo
costituzionale. Negli anni seguenti la crisi
economica produsse un impoverimento nelle
campagne e un indebitamento enorme della nobiltà
terriera, ma la politica dei Borboni fu
essenzialmente improntata alla difesa dello
statu quo: la legge del 10-II-1824 stabiliva
l'assegnazione forzosa delle terre ai creditori,
ma i beneficiari furono sempre i membri
dell’aristocrazia terriera (chiesa, baroni e
piccola nobiltà locale), e solo in parte il ceto
imprenditoriale borghese. Nel 1843 furono
soppressi formalmente i diritti privativi e
angarici, ultime vestigia del feudalesimo, ma in
mancanza di una redistribuzione delle terre, ciò
si tradusse in onerosissimi contratti per i
contadini. Inoltre con la soppressione del
diritto di uso civico che esercitavano fin
dall'epoca romana sulle terre incolte e i
boschi, i contadini perdevano una fonte non
indifferente di sostentamento. La legge del 1841
ripartiva in affitto questi fondi tra coloro che
li avevano usati, ma in realtà ne entrarono in
possesso agrari e borghesi e i contadini
dovettero disfarsene non potendo pagare i
canoni. In generate sparirono i patrimoni
terrieri colossali, aumentarono i medi
proprietari ma si estese il latifondo nel suo
complesso e la struttura agraria rimase intatta.
Sul piano commerciale la politica borbonica era
improntata al protezionismo, in difesa delle
manifatture interne che mantenevano un carattere
artigianale e non erano stimolate ad un aumento
della produttività e a un rovesciamento dei
rapporti economici dominanti. Solo l'industria
tessile della seta e del cotone a Messina e
Catania faceva eccezione. Inoltre una vasta
disoccupazione manteneva una politica di bassi
salari. E’ su questo sfondo sociale che esplose,
violenta e radicale, la rivoluzione il
12-I-1848. Guidati da Rosolino Pilo e Giuseppe
La Masa, i palermitani cacciarono i Borboni e
instaurarono un governo provvisorio che adottò,
ritoccandola, la costituzione del 1812. A
Napoli, Ferdinando II concesse la costituzione
l’11 febbraio. Sostenuta inizialmente
dall'aristocrazia e dalla borghesia, la
rivoluzione si approfondì di giorno in giorno. I
contadini occupavano le terre, assaltavano il
macinato, bruciavano i diritti di proprietà:
l'apparato dello stato scomparve in poche
settimane. I comitati rivoluzionari locali
esercitavano il potere e armavano squadre
popolari. In questa situazione il governo
provvisorio guidato da Ruggero Settimio rifiutò
un compromesso costituzionale con Ferdinando II,
come stava invece avvenendo negli altri stati
italiani con i rispettivi sovrani, proclamo
l'indipendenza e assegno la reggenza ad Alberto
Amedeo, figlio di Carlo Alberto, prospettando la
formazione di una federazione di stati italiani.
Allo stesso tempo costituì una guardia nazionale
composta esclusivamente da proprietari,
commercianti, baroni e borghesi per riportare
l'ordine in Sicilia. Quando Messina cadde
bombardata dai Borboni nel settembre del 1848,
dopo una eroica resistenza e Palermo fu ripresa
il 15-V-1849 dopo un lungo assedio, i membri del
governo passarono armi e bagagli alla monarchia
borbonica. L'importanza di questi avvenimenti
risiedeva nella nuova alleanza conservatrice che
univa i ceti dirigenti e determinerà anche i
successivi esiti dell’unita nazionale. Tornato
in Sicilia, Crispi vi diffuse l'idea di Mazzini
e Garibaldi di cominciare l’unificazione
dall’isola, favori la costituzione di nuclei
armati per una guerriglia, stimolata dall'odio
profondo che il regime borbonico, ormai di
stampo poliziesco, provocava in tutti gli strati
sociali. Gli esuli conservatori invece
cominciarono una trattativa con Cavour ritenendo
prematura un'azione militare. All’inizio del
1860 scoppiarono frequenti rivolte che sboccarono nell'insurrezione a Palermo il 4
aprile guidata da Francesco Riso. Una
prolungata guerriglia tenne in scacco l’esercito
borbonico. Garibaldi sbarcò l’11 maggio a
Marsala e si proclamò dittatore in nome del re
del Piemonte, abolì la tassa sul macinato
(reintrodotta nel 1848), promise la terra ai
contadini che l'avessero sostenuto e
nazionalizzò le terre della chiesa che, messe in
vendita, furono in
realtà acquistate dai
latifondisti. Il 15 maggio Garibaldi liberò
Palermo insorta e formò un governo provvisorio
presieduto da Crispi; il 20 maggio i Borboni
furono sconfitti a Milazzo. Garibaldi però non
tenne fede alle promesse rivolte ai contadini
che occupavano le terre al grido di «Viva
l'Italia» e Nino Bixio a Bronte effettuò una
delle più violente repressioni. Di fronte al
pericolo sociale gli agrari sostennero
l'annessione al Piemonte, ratificata con il
plebiscito del 5 novembre. Le istituzioni
garibaldine furono sciolte assieme alle
istituzioni autonome dell'isola. La Sicilia
venne governata direttamente dal Piemonte che
introdusse lo statuto albertino e le istituzioni
sabaude, e fu anche stabilita la coscrizione
obbligatoria da cui la Sicilia è stata quasi
sempre esente. Sul piano nazionale l'unità fu
caratterizzata dall’alleanza tra la borghesia
del Nord e i proprietari terrieri siciliani
attorno alle istituzioni piemontesi; la Sicilia
doveva essenzialmente finanziare l'accumulazione
di capitale al Nord lasciando intatta la
struttura agraria dell'isola: il peso delle
tasse aumentò di un terzo, la bilancia
commerciale non fu più attiva e nel 1868 venne
reintrodotta l'odiata tassa sul macinato (poi
abolita nel 1880). Fiorì il brigantaggio come
forma di esasperazione e protesta mentre si
affermava una opposizione radicale e
autonomista. Dal canto loro gli agrari
ricorrevano alla mafia per riscuotere le loro
imposizioni sui contadini. La mafia si consolidò
come strumento di conservazione dei privilegi
feudali e di mantenimento della pace sociale
nelle campagne, al servizio di tutta la nuova
classe dirigente di proprietari terrieri,
imprenditori, gabelotti locali. Il generale
Govone attivò questi interessi comuni, assumendo
nel 1863 i pieni poteri, instaurando i tribunali
militari e fucilando sul posto per spezzare
l‘opposizione. Anche Crispi si convertì alla
monarchia nel 1865, mentre le tensioni del dopo
unità sboccarono in una nuova insurrezione a
Palermo nel 1866, domata da Cadorna.
Dall'inchiesta Jacini del 1886 traspariva il
quadro desolante della Sicilia. La produttività
ristagnava per la scelta di un'agricoltura a
basso costo e basso rendimento, il numero dei
proprietari diminuiva, i viticoltori più
intraprendenti erano danneggiati dalla
fillossera. La politica del governo si risolse
in un protezionismo che favoriva il parassitismo
agrario e danneggiava le più moderne colture
specializzate e l’industria per l'esportazione.
I lavoratori salariati erano ridotti in miseria:
tra il 1871 e il 1891 il costo della vita era
raddoppiato e i salari erano costanti, mentre i
prezzi del grano si abbassavano impoverendo le
campagne. Anche la legislazione sociale fu
disattesa a lungo, come il divieto dell'impiego
di ragazzi sotto gli 11 anni nelle solfare
(1879). Nel 1883 si formò il Partito socialista
siciliano e negli anni seguenti si estesero i
fasci che strutturavano il movimento contadino e
operaio. Tra i promotori vi erano Rosario
Garibaldi Bosco, Bernardino Verro, Nicola
Barbato, Giuseppe De Felice. Anche sotto il
profilo intellettuale, nel decennio 80-90 vi fu
un grande sviluppo con Giovanni Verga, Napoleone Colajanni, Giuseppe Ricca Salerno, Francesco
Scaduto, Gaetano Mosca. Il movimento dei fasci
dilagò in modo impressionante nel 1893-94.
Ovunque i fasci elaboravano rivendicazioni e
intraprendevano lotte economiche e politiche. A
Caltavuturo l'esercito uccise 11 contadini e il
culmine si ebbe tra l’8 e il 13-XII-1893 con
centinaia di morti, migliaia di feriti e di
arresti. Il 4-I-1894 Crispi (divenuto capo del
governo) decretò lo stato d'assedio, sospese le
liberta costituzionali e sciolse i fasci. II
Partito socialista italiano rimase
sostanzialmente estraneo e non solidarizzo con
il movimento, separandosi così dai contadini e
lavoratori siciliani, che si riorganizzeranno
all'inizio del secolo nel movimento sindacale e
più tardi nel movimento comunista e in quello
cattolico di Luigi Sturzo. Nel periodo che va
fino alla prima guerra mondiale l'economia
siciliana si riprese, le aziende agrumicole si
evolsero in senso capitalista, mentre altrove
vigeva il caporalato e un potente movimento
cooperative faceva concorrenza ai gabelotti. Il
complesso
armatoriale-industriale-agrario-bancario-ferroviario
di Florio era un esempio della nuova espansione
verso i trusts, favoriti anche dall’espansione
del mercato mondiale. Nel settore minerario
sopravvivevano ancora le rendite feudali e lo
zolfo siciliano perdeva il monopolio europeo;
invece l'industria chimica legata alla
Montecatini si concentrò nel 1915, sostenuta
dalla Banca Commerciale e dal Credito Italiano.
Dal 1898 al 1918 la potenza elettrica passava da
1025 a 26.822 kW, le ferrovie si svilupparono e
si intensificò anche l'emigrazione dalle
campagne sovraffollate. All'indomani della prima
guerra mondiale nel «biennio rosso» 1919-20
ripresero le occupazioni di terre e le
agitazioni operaie. Se si esclude la provincia
di Siracusa, il fascismo attecchì solo dopo la
sua ascesa al potere; ancora nel 1923 vi furono
imponenti
manifestazioni antifasciste (dette del
«soldino»). Il fascismo in Sicilia si innestava
sulla precedente struttura di potere agrario-capitalista-mafiosa e le campagne
condotte contro la mafia e il latifondo non
furono altro che grandi imposture. La lotta
contro la mafia, incominciata nel 1925, si
rivolse contro esponenti minori e anche molti
innocenti; le sentenze erano basate su dubbie
confessioni di pentiti e sulla delazione
generalizzata che legalizzava i regolamenti di
conti. Si trattava in realtà di impedire uno
sviluppo autonomo della mafia per riportarla
sotto il controllo dei ceti dominanti.
Parallelamente la «lotta al latifondo» serviva
in realtà per eliminare il lavoro salariato
introducendo la mezzadria con residenza
obbligatoria dei coloni e obbligo delle
migliorie, nello spirito dello stato corporativo
basato sulla solidarietà tra capitale e lavoro.
Si costituivano case isolate piuttosto che
villaggi e paesi agricoli - uno solo per
provincia - per evitare la formazione di uno
«stato d'animo ribellista». Le uniche
espropriazioni avvennero su terre di proprietà
inglesi e in generale il piano di bonifica
fallì. Intanto la Sicilia sprofondava nella
miseria e non riusciva a sollevarsi dalla crisi
del 1929. La guerra rese ancora più drammatici
questi problemi, cosicchè gli Alleati - che
sbarcarono il 9-VII-1943 tra Pozzallo e Avola -
erano preoccupati essenzialmente di impedire la
rivoluzione agraria che si sarebbe presto
annunciata con una nuova ondata di occupazioni
delle terre. Ricostituirono quindi
l'amministrazione locale utilizzando vecchi
funzionari fascisti e mafiosi, con la
collaborazione degli agrari e degli imprenditori
più in vista. I vice-prefetti di camera presero
il posto dei prefetti, boss locali e podestà
(solo metà furono sostituiti) divennero sindaci
e fiduciari dell’amministrazione alleata. Gli
stessi agrari furono nominati presidenti dei
consorzi e degli ammassi locali e il conte L.
Tasca Bardonaro, esponente del latifondismo,
divenne presidente dell'Ente di colonizzazione
del latifondo. Anche nei sindacati dei
lavoratori erano denunciati diversi casi di
riciclaggio di sindacalisti fascisti. Personaggi
che avevano vissuto all’ombra del regime, come
V. E. Orlando, ebbero un ruolo politico
nazionale. Parallelamente si formò un demagogico
Comitato per l'indipendenza della Sicilia,
schierato contro la continuità del regime, ma
composto da Finocchiaro Aprile che nel 1934
plaudiva a Mussolini, sostenitore della campagna
d'Albania e teorico della continuità tra Crispi
e il fascismo, da F. Giuseppe Vella, economista
ideologo del fascismo, e anche da esponenti di
«sinistra» come Mariano Costa e Domenico Cigna,
da imprenditori e membri dell'aristocrazia
terriera ed esponenti cattolici, che
propugnavano l’autonomia dell’isola. Si costituì
un esercito di liberazione sostenuto dagli
agrari a cui prese parte il bandito S. Giuliano,
che ingaggiò una specie di guerra civile. In
effetti, come all'epoca dei Borboni, il blocco
conservatore agrario-industriale vedeva
nell’indipendenza la possibilità di continuare a
riprodurre le antiche relazioni sociali
dominanti e un baluardo contro il comunismo e la
rivoluzione nelle campagne. A ciò i partiti di
sinistra contrapposero l'unità nazionale,
accantonando la questione agraria. Così quando
il movimento indipendentista fu battuto, il
blocco che l’aveva formato si ricompose attorno
alla DC e nessuno dei problemi storici
dell’isola fu risolto. Nel 1946 il parlamento
accordò l'autonomia alla Sicilia con un certo
potere in settori come l’agricoltura, le
miniere, l'industria, l'ordine pubblico e le
comunicazioni. Il primo parlamento regionale fu
eletto lo stesso anno. La sua politica fu
ispirata alla creazione di agevolazioni fiscali
e all'elargizione di sussidi di ogni genere, per
fare della Sicilia una sorta di zona franca che
attirava capitali, attività produttive, vaste
opere territoriali, in un quadro di sfrenato
liberismo, con l'approvazione dello stato. Non
fu spezzata la concentrazione di capitale e di
proprietà: basti pensare che la meta del
capitale di borsa apparteneva ad una sola
società. La riforma agraria di Milazzo nel '50,
limitata a terre povere che i contadini dovevano
riscattare, non intaccò la struttura dell'isola,
né determinò sostanziali vantaggi per i
contadini, inoltre l’ingresso nella CEE nel 1958
ridusse ulteriormente le prospettive di sviluppo
dell'agricoltura siciliana. Impianti petroliferi
furono costruiti a Gela e Milazzo e larghe
possibilità furono offerte alle compagnie
straniere ma, ancora nel 1981, il 40% delle
industrie occupava meno di 10 dipendenti. Il
rapporto scuole-popolazione nel 1980 era al
penultimo posto in Italia e i posti ospedalieri
non erano che 1/3 della media del centro-nord.
La Sicilia pagò anche un alto tributo di
emigrati. L'urbanizzazione conobbe una
impennata, ma sotto la tutela mafiosa e
clientelare: l'80% delle licenze edilizie tra il
1957 e il 1963 a Palermo venne assegnata a
cinque uomini. Una serie di cadaveri eccellenti
sono rimasti sul terreno (il giornalista Tullio
De Mauro, il commissario Boris Giuliano, il
giudice Cesare Terranova, il presidente della
regione Piersanti Mattarella, il generale Dalla
Chiesa, il deputato Pio La Torre), a
testimoniare che nel corso dei decenni la
struttura sociale e dirigente della Sicilia non
è cambiata.
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