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Storia

 

» LA PREISTORIA

» ANTICHITA’

» DALLA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO D'OCCIDENTE ALLA CACCIATA DEGLI ANGIOINI

» DALLA PACE DI CALTABELLOTTA (1302) AL 1815

» DAL 1815 AI GIORNI NOSTRI

LA PREISTORIA. Numerosi resti paleolitici rinvenuti in Sicilia, testimoniano la presenza di antichi insediamenti umani; alcune tracce di questi resti sono visibili nelle grotte dell'Addaura, vicino Palermo. Dislocate in più punti dell'isola, la testimonianze dell'età neolitica raccontano la cultura delle origini: interessanti grotte si trovano, ad esempio, presso gli arcipelaghi delle Egadi e delle Eolie, a Stentinello (Siracusa), a San Cono (Caltanissetta) e a Villafrati (Palermo). All’età dei metalli si fanno risalire intere necropoli come quelle di Cassibile e di Pantalica.

I reperti più antichi confermano la presenza di identità etniche appartenenti a tre diversScorcio dei Ruderi di Morgantina Siculai gruppi: elimi, sicani e siculi. Secondo quanto riporta lo storico Tucidide, la Sicilia orientale era popolata dai siculi, il centro dai sicani e l'occidente dagli elimi, essendo non indoeuropei questi ultimi due e sicuramente indoeuropei i primi. Anche i fenici, di origine semitica, fondano le loro basi commerciali nell'isola a partire dall'età dei metalli.  Dell'età del ferro rimangono tracce di villaggi di capanne, come a Monte Finocchito. Le zone di maggiore interesse archeologico, attraverso cui leggere la storia di queste popolazioni, risultano essere Solunto, Jato e Himera. In particolare, sul Monte Jato (distante circa trenta chilometri da Palermo) si sono concentrate le ricerche degli ultimi trenta anni. Il prof. Peter Isler, dell'Università di Zurigo guida, dal 1971, un gruppo di archeologi alla scoperta di Monte Jato: gli scavi hanno portato alla luce uno splendido teatro, l'agorà (la piazza), strutture residenziali private, il tempio di Afrodite, le fortificazioni ed altre testimonianze della grande città sepolta.

Non essendoci pervenute tracce scritte, possiamo interpretare gli eventi relativi alle civiltà preclassiche solamente attraverso i manufatti o le modificazioni dell’ambiente naturale. Gli studiosi sono d’accordo nel ritenere che le manifestazioni artistiche fondano i valori formali arcaici e che questi persistono anche in civiltà successive. In tal senso non ci si può riferire alla prima età della pietra senza considerarne l’arte. Una delle più realistiche espressioni d’arte rupestre del paleolitico superiore è quella costituita dalle incisioni parietali preistoriche, raffiguranti scene rituali o di iniziazione, ritrovate nelle grotte dell’Addaura, presso Palermo; in cavità naturali come quelle dell'Addaura, l'uomo trova riparo, celebra i primi riti propiziatori, seppellisce i sui morti e disegna graffiti dal significato magico e augurale. Al paleolitico inferiore risalgono arnesi in pietra scheggiata, scoperti ad Agrigento nel 1968. Si tratta di ciottoli scheggiati su una faccia a forma di mezzaluna o di bifronti semplici. Questi oggetti si trovano in abbondanza nell'Africa del nord, sede di importanti esempi di arte cavernicola.
Nel 1950, la grotta della Cava dei Genovesi, nelle Egadi, ha rivelato interessanti disegni di animali incisi e curiose figure antropomorfe stilizzate, dipinte in nero.
Scodella Neolitica - Ritrovata negli scavi di NaxosLa vita nell’età neolitica risale in media all’VIII millennio a.C. e si esprime, per la prima volta, nell’indipendenza dell’uomo dalla natura. L'uomo, infatti, non vive più dei frutti spontanei della caccia, della raccolta o della pesca ma elaborera la domesticazione, l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. Tra le conquiste culturali di maggiore rilievo c'è la navigazione, la lavorazione della ceramica e la tessitura. I primi insediamenti neolitici dell’area mediterranea sono individuati nelle regioni del Medio Oriente e nel basso corso del Nilo, da cui si sono diffuse, in seguito, varie correnti culturali verso l’Occidente. In Sicilia, così come in Liguria e in Puglia, l'età neolitica ha generato la cultura della ceramica impressa: lo testimoniano siti archeologici noti come, ad esempio, Stentinello, San Cono e Villafrati. In particolare Stentinello deriva il suo nome deriva da un villaggio fortificato situato 5 km a nord di Siracusa, in cui si trovano resti di capanne a pianta rettangolare, vasi di terracotta decorati a impressione (con il punzone o con l’unghia) e utensili litici di selce, basalto e ossidiana. Non mancano ulteriori resti di civiltà neolitica a Matrensa e Megara Hyblea.

Verso il 2500 a.C. appare in Europa occidentale il primo metallo, il rame, che l’uomo fuse con lo stagno ottenendo il bronzo. Con l’età del bronzo si entra nella protostoria, cioè nel periodo di transizione compreso tra i tempi storici e quelli preistorici. Nella Protostoria si elaborano le prime documentazini scritte; a partire da queste documentazioni ricaviamo i limiti cronologici, che variano in relazione ai diversi paesi: nell'Europa occidentale la protostoria coincide con la prima età del ferro. Gli scavi stratigrafici di Chiusazza, vicino Siracusa, hanno portato alla luce manufatti in ceramica dell’età del rame; questa ceramica è stata classificata in diversi tipi i più antichi dei quali sono anteriori al protoelladico greco e si apparentano ai tipi tardivi del neolitico nella Grecia continentale. La ceramica dei bellissimi vasi monocromi rossi, semi ovoidali di Malpasso, e quella del fiaschetto a collo alto di Monte Sant’Ippolito, si fa risalire ad un tipo noto a Cipro, della prima età anatolica del bronzo. Durante l’età del bronzo si fa sempre più imponente in Sicilia l’influenza della civiltà micenea, allora nel suo primo sviluppoParticolare della Necropoli di Pantalica marittimo ed espansionistico. Appartengono a questo periodo le tombe scavate nella roccia, con ampia cella preceduta da un vano di accesso, rinvenute a Pantalica, a Monte Sant’Ippolito, a Castelluccio e a Cassibile.  L'abbondanza dei reperti ritrovati permette di stabilire una cronologia relativamente precisa. Favorite dalla vicinanza dello Stretto di Messina e dall'esperienza dei propri marinai, le Isole Eolie vivono una brillante rinascita. Negli strati di Capo Graziano (Filicudi) si trovano prodotti egei appartenenti alla fine dell'elladico medio (1580 - 1550) e al miceneo (1550 - 1400 a.C.); si tratta di ceramiche ad impasto piuttosto grossolano, ornate di linee incise e punti, derivate da un prototipo dell'elladico medio del Peloponneso (plimia). Nella stessa zona si trovano armi ed attrezzi di pietra, stampi per oggetti di bronzo e fusi che attestano l'uso della filatura e della tessitura. In Sicilia, la civiltà detta di Castelluccio sembra contemporanea all'elladico medio e recente (1800 - 1400 a.C.).
Rinvenimenti risalenti alla civiltà di Castelluccio sono le tombe che si presentano come piccole celle arrotondate aperte verso l'esterno da una finestrella che dà su un pozzetto o su una specie di edicola, e chiusa da una lastra, talvolta scolpita con decorazioni a spirale.
Arricchiscono il decoro funerario trovato all'interno di queste tombe, lame in ossidiana, asce in basalto, armi in pietra e statuette sacre. Tipica dell'elladico medio è la ceramica a fondo giallo e rosso, dipinta con linee marroni o nerastre e la ceramica "cappadoce" dell'Anatolia centrale. Di chiara influenza occidentale è il "bicchiere campaniforme" iberico, di cui ritroviamo alcuni richiami nei rinvenimenti della parte nord-occidentale della Sicilia. Solo alla fine del II millennio a.C. ha inizio l’età del ferro che ha visto la definitiva indoeuropeizzazione delle popolazioni mediterranee della penisola. Tale fenomeno porta alla costituzione, in Italia, di un Vaso della Necropili di Narrovero e proprio mosaico di popoli: quelli che parlano lingue pre-indoeurope e quelli che invece usano idiomi di origine indoeuropea. I primi, più antichi, sono stanziati nella fascia tirrenica e nella Sicilia occidentale, gli altri occupano la costa orientale. I popoli non indeuropei sono invece gli elimi e i sicani nella Sicilia centro-occidentale, e i fenici di origine semitica che mantengono le loro basi commerciali nell'isola. I siculi sono sicuramente indeuropei e si affermano nella Sicilia orientale. Dell'età del ferro rimangono tracce di villaggi di capanne, come a monte Finocchito mentre le ceramiche e gli oggetti metallici rinvenuti, testimoniano scambi commerciali con i popoli ellenici.

 

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ANTICHITA’. La Sicilia entra nell'età storica con la colonizzazione greca, che s'inizia con la fondazione di Nasso per opera dei calcidesi e di Siracusa per opera dei corinzi, attorno alla meta del sec. VIII a. C. A loro volta gli abitanti di Nasso fondarono Catania; poco dopo Siracusa sarebbe stata fondata Cuma, presso l'attuale Napoli, e questa avrebbe fondato Zancle (Messina). Sorsero poi Selinunte nella seconda meta del sec. VII e Agrigento al principio del VI. Poco dopo i greci giunsero i fenici. Nel sec. VI la costa occidentale della SiciliaTeatro di Segesta, III sec. a.C. è controllata dai cartaginesi, fondatori di Panormo (Palermo) e di Solunto. La civilta dei greci stabilitisi in Sicilia e dei loro discendenti (sicelioti) è perfettamente analoga a quella della Grecia propriamente detta. L'istituzione fondamentale è la polis o citta-stato; anche quando si formano stati più vasti, essi sono pur sempre aggregati di città. Non pare che nelle città siceliote (come neppure in quelle italiote) vi sia mai stata la monarchia. L'aristocrazia fondiaria tenne generalmente il potere fino alla meta del sec. VI; poi cominciò a crescere l'influenza dei ceti mercantili e artigiani. Successivamente al periodo di egemonia aristocratica si ha pertanto una fase di tensione tra l'aristocrazia e il popolo, mirante quest'ultimo a ottenere l'uguaglianza dinanzi alla legge (donde le legislazioni attribuite a personaggi leggendari) e la partecipazione ai diritti politici. L'opposizione all'aristocrazia favorì, come in Grecia, il sorgere dei tiranni, che intorno al 500 a. C. troviamo in quasi tutte le città della Sicilia. La Sicilia fu, al pari della Magna Grecia, un centro di cultura greca: ricordiamo almeno i nomi di Stesicoro, Epicarmo, Sofrone, Gorgia, Empedocle. Sollecita e splendida fu la fioritura artistica, Tempio Dorico di Segestaspecialmente nell'architettura religiosa. Tra la fine del sec. VII e il principio del VI sorsero i primi, semplici templi a Selinunte, Agrigento, Siracusa; nel corso del VI si ebbero le grandi costruzioni dei templi dorici. Con le costruzioni architettoniche si sviluppò la decorazione scultorea: famose sono le metope di Selinunte. Anche le arti minori ebbero larghissimo sviluppo; di grande valore estetico sono le monete delle città siceliote. II primo posto per importanza politica fu acquistato in Sicilia da Siracusa, che divenne antesignana nella lotta contro cartaginesi ed etruschi. La sua ascesa risale al principio del sec. V sotto il tiranno Gelone, vincitore a Imera (ca. 480) dei cartaginesi, mentre il fratello e successore Gerone sconfisse gli etruschi a Cuma per mare (474). Dopo la morte di lui si ebbe a Siracusa una rivoluzione di stampo democratico, che porto al ristabilimento dell'indipendenza delle città siciliane assoggettate dai tiranni siracusani. Siracusa prosegui tuttavia la sua dinamica attività marittima fin nell’Italia centrale. Si ebbe a quel punto in Sicilia un tentativo dei siculi di liberarsi dal dominio greco e di costituire un regno proprio sotto Ducezio; ma il tentativo finì per fallire (460-440). Nella seconda meta del sec. V Atene venne a contrastare la potenza della dorica Siracusa; ma la grande spedizione ateniese del 415-413 a. C. finì in un disastro. Di questoIl Tempio della Concordia - Agrigento indebolimento dei greci approfittò Cartagine per ricostruire il suo potere in Sicilia, occupando nel 409 Selinunte, nel 405 Agrigento. Siracusa sferrò la controffensiva sotto il tiranno Dionigi il Vecchio (405-367), che però non spinse a fondo la guerra contro i cartaginesi perchè impegnato nella sottomissione delle città siceliote e nei tentativi d'espansione in Italia, ove si spinse fino nell'Adriatico superiore. Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa un lungo periodo di sconvolgimenti, terminato nel 343 con il ristabilimento della libertà per opera di Timoleone. Questi vinse i cartaginesi, promosse la liberazione delle città siceliote dai tiranni e la loro alleanza. Siracusa riprese la sua politica egemonica verso il 316 a. C. per opera del tiranno Agatocle, che sottomise le altre città greche, assunse il titolo di re (305) e combatte contro Cartagine. Lui morto (289), Siracusa torno alla libertà. Premuta nuovamente dai cartaginesi, essa, insieme con Agrigento, invitò Pirro re d'Epiro, che era venuto in Italia, su chiamata di Taranto, a combattere i romani. Pirro passò in Sicilia e ottenne vari successi; ma la discordia insorse fra lui e i suoi alleati ed egli fece ritorno sul continente. I cartaginesi ristabilirono la loro potenza nell’isola, mentre Siracusa doveva difendersi dai mamertini, mercenari campani impadronitisi di Messina. Durante la guerra contro di essi si ebbe la costituzione a Siracusa della nuova tirannia di Gerone II (270) e l'intervento dei romani, chiamati dai mamertini. Di qui l’inizio della prima guerra punica. Scena Sacrificale del SouvetauriliaQuesta (264-241) portò l'assoggettamento dell'isola a Roma, che ne fece la sua prima provincia: una parte del territorio divenne ager publicus, il resto venne sottoposto a tributo. Vi si mantennero tuttavia, o vi si formarono, città federate (Siracusa) e municipi romani. Durante la seconda guerra punica (218-201) vi furono ribellioni siceliote contro i romani, principalmente a Siracusa e Agrigento; famoso fu l'assedio della prima (213-211) da parte dei romani. Le misure di rigore che vennero imposte dai vincitori recarono un grave colpo alla Sicilia. Siracusa fu fatta tributaria; la cittadinanza di Agrigento fu venduta schiava e sostituita con siciliani romanofili. Le larghe confische di territorio portarono allo sviluppo del latifondo, alla diminuzione degli abitanti, alla decadenza economica dell'isola e a una moltiplicazione di schiavi che generò le cosiddetteMonumento Onorario - Colonna rostrata eretta per commemorare la vittoria di Caio Duilio a Milazzo nel 260 a.C. guerre servili: notevole quella del 138 a. C, cui si mescolò un risveglio dei sentimenti d'indipendenza dell'isola. Dopo d'allora la storia della Sicilia nel periodo romano è quasi totalmente silenziosa. Ricordiamo solo che, dopo la morte di Cesare, essa fu tenuta per alcuni anni, insieme con la Sardegna, da Sesto Pompeo, finché la flotta di Ottaviano, sotto il comando di Agrippa, disfece nel 36 a. C. quella avversaria. L'isola assistette allora allo stanziamento di molti veterani dotati di terre, ciò che ne promosse la latinizzazione. Essa tuttavia, nell’ordinamento delle regioni augustee, è considerata come non facente parte dell’Italia. La concessione generale della cittadinanza romana che era stata fatta da Antonio non fu infatti mantenuta da Augusto, il quale però concesse alle principali città i diritti di municipio romano o di colonia latina. La Sicilia partecipò al processo di decadenza economica e politica dell'impero dopo gli Antonini. Con l'ordinamento dioclezianeo-costantiniano essa venne, insieme con le altre due grandi isole, a far pane dell'Italia. Ma alla meta del sec. V d. C. i vandali, stabilitisi in Africa, s'impadronirono di essa e della Sardegna.

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DALLA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO D'OCCIDENTE ALLA CACCIATA DEGLI ANGIOINI.  Odoacre ottenne la restituzione della Sicilia da Genserico dietro pagamento di un tributo; Teodorico ne conservò il possesso liberamente. I goti non fecero stanziamenti in Sicilia; l'isola rimase effettivamente nel dominio dei latifondisti romani (fra cui principale il vescovo di Roma) e questo facilitò la sua immediata adesione al generale imperiale Belisario quando vi sbarcò nel 535 iniziando la riconquista dell'Italia. L'isola rimase per tre secoli sotto la dominazione bizantina senza far parte nè della circoscrizione italiana, nè di quella africana, in dipendenza diretta da Costantinopoli, come una sorta di demanio imperiale. Grandissima influenza continuò ad avervi la chiesa romana. I longobardi, privi di flotta, non misero maiScorcio del Palazzo Reale visto dal Parco d'Orlèans: oasi rigogliosa nel cuore di Palermo, che ricorda "i giardini di delizie" della Palermo araba. piede in Sicilia. Cominciarono invece gia nel sec. VII le incursioni musulmane dall’Africa. L'occupazione stabile dell'isola da parte dei musulmani si iniziò con lo sbarco a Mazara nell'827. La conquista procedette lentamente: nell'831 fu presa Palermo, nell'843 Messina. nell'859 Enna (Castrogiovanni). Rimase ancora ai greci una striscia a oriente con Siracusa, che cadde solo nell'878, e Taormina, che resse fino al 902. II dominio dei musulmani in Sicilia fu assicurato per secoli dai loro stanziamenti nell’Italia meridionale che ne formarono come il propugnacolo, dalla divisione politica dell'Italia e dalla impotenza degli imperatori franchi e tedeschi a riunirla sotto il proprio dominio. Furono invece i normanni a stabilirsi nel Mezzogiorno: essi, prima ancora di compiere la conquista del continente si rivolsero a togliere l'isola ai musulmani. Ruggero d'Altavilla iniziò l'impresa verso il 1060 e la compi nel 1091, tenendo la Sicilia con il titolo comitale come feudo di Roberto il Guiscardo. A lui successe Ruggero II, che alla Sicilia riunì il Mezzogiorno continentale ed ebbe nel 1130 dall'antipapa Anacleto II e poi nel 1139 da Innocenzo II la corona di Sicilia come feudo della Santa Sede. Gli successe il figlio Guglielmo I, detto il Malo (1154-66) per la durezza con cui Terme Arabo-Normanne - Cefalà Dianaegli, o piuttosto il suo onnipotente ministro, l'ammiraglio Maione di Bari, represse le rivolte dei grandi, specialmente in Puglia. Questi si erano rivolti a Federico Barbarossa e all’imperatore bizantino Manuele I Comneno. Le milizie bizantine sbarcarono in Puglia, occuparono Bari e Trani e posero l'assedio a Brindisi (1155). Non avvenne però la congiunzione tra le forze dei due imperi; e Guglielmo I. venuto in Sicilia con un grosso esercito, soffocò la rivolta sul continente. Egli ebbe dal pontefice l’investitura di tutto il regno (1156). Andarono perdute però le conquiste africane fatte da Ruggero II. Successo a Guglielmo I il secondogenito Guglielmo II il Buono (1166-89), il regno si andò pacificando. Nella contesa tra il papato e i Comuni da una parte e il Barbarossa dall'altra, Guglielmo II stette con i primi per difendersi dalle mire imperiali. Dopo Legnano egli concluse con il Barbarossa, al pari dei Comuni lombardi, una tregua a Venezia (1177) e la pace a Costanza (1183). Guglielmo II ebbe ripetutamente a lottare con l'impero d'Oriente a cui si accostava Venezia. Ciò favorì un'intesa fra impero tedesco e regno normanno: Guglielmo II fidanzò l'unico discendente legittimo della dinastia, Costanza figlia di Ruggero II, con il figlio dell'imperatore, Enrico (1184). II matrimonio fu celebrato a Milano nelLa Cuba, uno dei padiglioni del Parco di Guglielmo II gennaio 1186. Morto Guglielmo II, contro Enrico VI si levò un forte partito che gli oppose un rampollo illegittimo della casa normanna, Tancredi, conte di Lecce, il quale fu riconosciuto da papa Clemente III. Una prima spedizione di Enrico IV (1191) non riuscì nella conquista del regno; una seconda, avvenuta dopo la morte di Tancredi (febbraio 1194). portò alla conquista di esso, e alla fine del 1194 Enrico prese la corona reale in Palermo. Tentativi di rivolta furono da lui ferocemente domati. Egli intendeva fare del regno la base per una grande spedizione contro l'impero greco; ma la morte lo colse improvvisamente in Messina nel settembre 1197. II figlio di lui, Federico II, procedette a un riordinamento generale del regno; con suo figlio Manfredi, caduto a Benevento (1266), crollarono le sorti degli svevi in Sicilia e, più in generale, del partito ghibellino in Italia. II vincitore di Manfredi, Carlo I d'Angio, a cui il pontefice aveva trasmesso il regno, ne rimase padrone; e vana riuscì la successiva spedizione di Corradino (1268), che venne decapitato a Napoli. II governo angioino non incontrò il favore popolare, innanzi tutto per il suo fiscalismo. Alcune sollevazioni vennero ferocemente domate con lo sterminio d'intere cittadinanze, e molti membri della nobiltà locale furono spogliati in favore di francesi. Inoltre la Sicilia si sentiva posposta a Napoli, ove Carlo aveva la sua sede. II malcontento scoppio nell'insurrezione detta dei Vespri Siciliani, iniziata il 31-III-1282, cui seguirono l'intervento di Pietro III d'Aragona, acclamato re di Sicilia, e la guerra cosiddetta del Vespro fra Angioini e Aragonesi.

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DALLA PACE DI CALTABELLOTTA (1302) AL 1815. Con la pace di Caltabellotta (1302) la Sicilia rimase a Federico d'Aragona con il titolo di re di Trinacria. Alla morte di lui l'isola sarebbe dovuta tornare agli Angioini; invece Federico fece riconoscere per successore il figlio Pietro. Di qui una lunga guerra tra i due regni che si protrasse inconcludente e assai dannosa, con incursioni reciproche e sbarchi sulle coste e con la istigazione e l'appoggio dato da re Roberto di Napoli a fuorusciti e ribelli siciliani. Nel 1337 Federico morì e gli successe Pietro II (1337-42), nonostante una sentenza pontificia dichiarasse la Sicilia devoluta a re Roberto; a Pietro successe Luigi (1342-55). Sotto di lui e sotto il successoreCastello Chiaramonte a Mussomeli Federico III, Giovanna di Napoli e il marito Luigi di Taranto intervennero, chiamati da molti signori, ricevettero a Messina (1356) l'omaggio dei sudditi siciliani e per qualche tempo furono signori della maggior parte dell'isola. Ben presto però Federico riprese il sopravvento, e nel 1372 fu conclusa la pace, per la quale la Sicilia rimaneva alla casa cadetta aragonese come vassalla di Napoli e del papa. Morto Federico III nel 1377, la successione della figlia Maria non venne riconosciuta da Pietro IV d'Aragona che cedette i suoi diritti sulla Sicilia al secondogenito Martino il Vecchio, il quale li trasmise al figlio Martino il Giovane. La nobiltà dell'isola si divise nelle fazioni aragonese e siciliana, della quale seconda furono a capo i potentissimi baroni Chiaramonte. La regina Maria fu fatta prigioniera dalla fazione aragonese, condotta in Spagna e maritata a Martino il Giovane, e questi venne coronato a Palermo (1392). Pure la guerra civile continuò sin verso la fine del secolo. Morti Maria (1402) e Martino il Giovane (1409), Martino il Vecchio re d'Aragona si dichiarò erede del regno di Sicilia; ma, morto anche lui quasi subito dopo (1410) ed estintasi la casa d'Aragona, seguì un periodo d'interregno finché i siciliani, al pari degli aragonesi, riconobbero il figlio della sorella di Martino il Vecchio, Ferdinando di Castiglia, venendo così riuniti i due regni di Aragona e Sicilia. In Sicilia i primi re aragonesi emanarono molte costituzioni per difendere i diritti popolari dagli abusi feudali e fiscali, e costituirono definitivamente l'istituto del parlamento, un'assemblea di origine normanna composta di nobili, clero e deputati delle città regie (cioè non feudali), cui fu riservato il diritto di deliberare pace e guerra, di votare le imposte, di censurare i pubblici Il busto di Eleonora d'Aragona - opera di Francesco Laurana, XV sec.ufficiali. I re per tenere a freno la nobiltà favorirono anche le libertà municipali; ma, nonostante tutto questo, i feudatari acquistarono un potere preponderate a danno dell’autorità regia e dei Comuni. Le loro lotte con questi e fra di loro desolarono l'isola, che venne a poco a poco in profonda decadenza. Alfonso d'Aragona e di Sicilia, figlio di Ferdinando di Castiglia, acquistò anche Napoli riunendo i due regni (1442). Ma alla sua morte (1458) la riunione ebbe termine, perchè la Sicilia passò con l'Aragona al fratello Giovanni II, mentre Napoli fu lasciata da Alfonso, come acquisto personale, al figlio naturale Ferdinando I. Con Ferdinando il Cattolico figlio di Giovanni, re di Aragona e Sicilia, che riunì la Spagna sotto il suo governo, si ebbe di nuovo, per la conquista del Napoletano (1501-03) da lui operata contro il ramo collaterale e contro la Francia, la riunione delle cosiddette due Sicilie alla corona di Spagna, rimanendo però distinte con il titolo di regno di Napoli e regno di Sicilia. A Palermo risiedette un vicerè. II governo spagnolo in Sicilia ebbe caratteri oppressivi. II Tribunale di giustizia funzionò in maniera arbitraria. Vennero ridotte le attribuzioni del parlamento, sempre diviso nei tre bracci, ecclesiastico, baronale e demaniale. I nuovi sovrani, esasperando una prassi gia affermatasi con i re normanni, svevi e angioini, monopolizzarono il commercio del grano, accrescendo la decadenza economica dell'isola. La difficoltà delle condizioni materiali di vita produsse numerose rivolte popolari, come quella di Palermo e di Napoli (Masaniello); di Nino della Pelosa, che fu messo a morte; di Giuseppe Alessi, un battiloro, che richiese si stabilissero i privilegi del tempo di Pietro d'Aragona e si abolissero le gabelle in tutta l'isola. II vicerè e i nobili riuscirono a suscitare una sommossa contro l’Alessi, in cui questi fu ucciso; e il popolo, privo di un capo, fu domato. Seguirono altri moti, e in ultimo, sul finire del 1649, una congiura guidata da due eloquenti avvocati, Antonio Lo Giudice e Giuseppe Pesce: la congiura fu scoperta e i due uccisi. Più tardi fu Messina a insorgere (1674) mettendosi sotto la protezione di Luigi XIV; ma, quando questi penso a far pace con l’alleanza dell'Aia, ordinò lo sgomberoCarlo III di Borbone in veste di cacciatore della città (gennaio 1678), che ritornò così sotto la Spagna. Con la pace di Utrecht (1713) il regno di Sicilia fu assegnato a Vittorio Amedeo II di Savoia, che nei brevi anni in cui lo tenne contese con i papi per i diritti di legazia ecclesiastica, proseguendo le dispute già intense al tempo del dominio spagnolo. La Spagna sotto la direzione dell'Alberoni tentò di riconquistare i domini italiani e nel 1718 un esercito sbarcò in Sicilia, occupandola. La formazione immediata della Quadruplice alleanza costrinse la Spagna a recedere dal suo proposito: e allora la Sicilia fu trasferita all'Austria, che non aveva cessato di reclamarla, e così, riunita a Napoli, passava sotto quella potenza per la ricordata pace di Utrecht. II figlio di secondo letto di Filippo V, della nuova dinastia borbonica di Spagna, Don Carlos, durante la guerra di Successione polacca compì (1734) una vittoriosa spedizione nel regno, che riacquistò in lui un re indipendente, anche se strettamente legato alla Spagna. Sotto di lui (Carlo III, 1734-59) e sotto il figlio Ferdinando IV, finché fu al governo il Tanucci, si ebbe un indirizzo politico di stampo riformatore. Dopo il ritiro del Tanucci, soprattutto dopo l'inizio della rivoluzione francese, prevalsero tendenze reazionarie: questo non fece che favorire nella parte più colta della popolazione lo sviluppo delle nuove idee (il cosiddetto giacobinismo). A Palermo si ebbe nei 1795 la congiura Di Blasi. Nei 1799 e poi nei 1806-14 Ferdinando IV si ritirò da Napoli davanti alle armi francesi, riparando in Sicilia sotto la protezione della flotta inglese. Ferdinando IV, per le pressioni dell'Inghilterra, concesse alla Sicilia nel 1812 una nuova costituzione con le due camere dei Pari e dei Comuni, sul modello inglese.

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DAL 1815 AI GIORNI NOSTRI.  Concepito dall’aristocrazia come un mezzo per mantenere l'essenziale della proprietà nobiliare, ma avversato perchè si spingeva troppo in la nell’abrogazione dei diritti feudali, voluto dalla borghesia democratica per liquidare la feudalità, ma in realtà respinto perchè troppo timido su questa strada, il compromesso costituzionale del 1812 non durò a lungo. La monarchia borbonica soppresse definitivamente la costituzione nei 1816 con i decreti dell'8 e 11 dicembre e Ferdinando IV (divenuto Ferdinando I) riprese il controllo sulla Sicilia: ne abrogò l’indipendenza e costituì il regno delle Due Sicilie, liquidò leFerdinando I di Borbone - ritratto di famiglia liberta costituzionali, le franchigie, la magistratura, introdusse un nuovo codice nel 1819 che restituì alla chiesa la facoltà di acquistare terre. La borghesia non costituiva una forza autonoma in grado di smantellare i residui feudali e soprattutto in grado di attuare una vera riforma agraria basata sulla soppressione del latifondo e la redistribuzione delle terre. I gabelotti che prendevano in gestione i fondi dai baroni erano legati alla proprietà nobiliare, prosperavano sui debiti dell'aristocrazia, assieme ai notabili, agli avvocati, agli usurai, non potendo quindi emanciparsi da questo sistema. In questo periodo si delineava anche l’atteggiamento delle classi sociali isolane nei confronti dell'autonomia. I baroni avevano più da guadagnare dall’indipendenza che dall'unificazione del regno, potendo sperare, al chiuso del loro territorio, di riprodurre nel tempo il sistema della loro dominazione, seppur con qualche correttivo. La borghesia democratica guardava invece all'esterno, per trovare il necessario supporto alla propria debolezza. Era quindi in generale contraria all’autonomia e vedeva nei Borboni la possibilità di ottenere qualche riforma che, se appariva reazionaria sul piano internazionale, paragonata ai movimenti radicali dell'epoca, in Sicilia era vista come un progresso. Ferdinando I non ripristinò i vincoli giuridici del feudalesimo, ma essi si riprodussero ugualmente per decenni, comprese le corvees di lavoro, e poi tutto il sistema della grande proprietà baronale rimase intatto. Sulle masse contadine e popolari cominciarono a pesare, oltre al fardello baronale, anche l'amministrazione del nuovo stato, con nuove tasse e imposizioni (registro e bollo, dazi sul consumo), deliberate tra il 1816 e il 1820, sullo sfondo di una grave crisi economica e una depressione agricola che toccava tutta l'Europa a partire dal 1817 e che si protrarrà ancora oltre il 1848. E’ su questa base che scoppiò la rivoluzione nel 1820. II tentativo dell'aristocrazia di separarsi dai Borboni per ritornare alla costituzione siciliana del 1812 fallì per la radicalizzazione della rivolta popolare che si ispirava invece alla costituzione spagnola. La lotta contro i Borboni spingeva naturalmente anche le masse popolari sulla strada dell'indipendenza, che non era però tollerata dal nuovo governo Giuseppe La Masacostituzionale di Napoli (Ferdinando I aveva concesso la costituzione spagnola del 1812 in seguito alla rivoluzione napoletana). II governo costituzionale, miope e senza coraggio, inviò un esercito in Sicilia che ebbe la meglio anche per il mancato sollevamento di altre città oltre Palermo. Infine il 23-III-1821 gli austriaci entravano a Napoli e deponevano anche il governo costituzionale. Negli anni seguenti la crisi economica produsse un impoverimento nelle campagne e un indebitamento enorme della nobiltà terriera, ma la politica dei Borboni fu essenzialmente improntata alla difesa dello statu quo: la legge del 10-II-1824 stabiliva l'assegnazione forzosa delle terre ai creditori, ma i beneficiari furono sempre i membri dell’aristocrazia terriera (chiesa, baroni e piccola nobiltà locale), e solo in parte il ceto imprenditoriale borghese. Nel 1843 furono soppressi formalmente i diritti privativi e angarici, ultime vestigia del feudalesimo, ma in mancanza di una redistribuzione delle terre, ciò si tradusse in onerosissimi contratti per i contadini. Inoltre con la soppressione del diritto di uso civico che esercitavano fin dall'epoca romana sulle terre incolte e i boschi, i contadini perdevano una fonte non indifferente di sostentamento. La legge del 1841 ripartiva in affitto questi fondi tra coloro che li avevano usati, ma in realtà ne entrarono in possesso agrari e borghesi e i contadini dovettero disfarsene non potendo pagare i canoni. In generate sparirono i patrimoni terrieri colossali, aumentarono i medi proprietari ma si estese il latifondo nel suo complesso e la struttura agraria rimase intatta. Sul piano commerciale la politica borbonica era improntata al protezionismo, in difesa delle manifatture interne che mantenevano un carattere artigianale e non erano stimolate ad un aumento della produttività e a un rovesciamento dei rapporti economici dominanti. Solo l'industria tessile della seta e del cotone a Messina e Catania faceva eccezione. Inoltre una vasta disoccupazione manteneva una politica di bassi salari. E’ su questo sfondo sociale che esplose, violenta e radicale, la rivoluzione il 12-I-1848. Guidati da Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa, i palermitani cacciarono i Borboni e instaurarono un governo provvisorio che adottò, ritoccandola, la costituzione del 1812. A Napoli, Ferdinando II concesse la costituzione l’11 febbraio. Sostenuta inizialmente dall'aristocrazia e dalla borghesia, la rivoluzione siBusto di Rosolino Pilo approfondì di giorno in giorno. I contadini occupavano le terre, assaltavano il macinato, bruciavano i diritti di proprietà: l'apparato dello stato scomparve in poche settimane. I comitati rivoluzionari locali esercitavano il potere e armavano squadre popolari. In questa situazione il governo provvisorio guidato da Ruggero Settimio rifiutò un compromesso costituzionale con Ferdinando II, come stava invece avvenendo negli altri stati italiani con i rispettivi sovrani, proclamo l'indipendenza e assegno la reggenza ad Alberto Amedeo, figlio di Carlo Alberto, prospettando la formazione di una federazione di stati italiani. Allo stesso tempo costituì una guardia nazionale composta esclusivamente da proprietari, commercianti, baroni e borghesi per riportare l'ordine in Sicilia. Quando Messina cadde bombardata dai Borboni nel settembre del 1848, dopo una eroica resistenza e Palermo fu ripresa il 15-V-1849 dopo un lungo assedio, i membri del governo passarono armi e bagagli alla monarchia borbonica. L'importanza di questi avvenimenti risiedeva nella nuova alleanza conservatrice che univa i ceti dirigenti e determinerà anche i successivi esiti dell’unita nazionale. Tornato in Sicilia, Crispi vi diffuse l'idea di Mazzini e Garibaldi di cominciare l’unificazione dall’isola, favori la costituzione di nuclei armati per una guerriglia, stimolata dall'odio profondo che il regime borbonico, ormai di stampo poliziesco, provocava in tutti gli strati sociali. Gli esuli conservatori invece cominciarono una trattativa con Cavour ritenendo prematura un'azione militare. All’inizio del 1860 scoppiarono frequenti rivolte che sboccarono nell'insurrezione a Palermo il 4 aprile guidata da Francesco Riso. Una prolungata guerriglia tenne in scacco l’esercito borbonico. Garibaldi sbarcò l’11 maggio a Marsala e si proclamò dittatore in nome del re del Piemonte, abolì la tassa sul macinato (reintrodotta nel 1848), promise la terra ai contadini che l'avessero sostenuto e nazionalizzò le terre della chiesa che, messe in vendita, furono in Incontro fra Mazzini e Garibaldirealtà acquistate dai latifondisti. Il 15 maggio Garibaldi liberò Palermo insorta e formò un governo provvisorio presieduto da Crispi; il 20 maggio i Borboni furono sconfitti a Milazzo. Garibaldi però non tenne fede alle promesse rivolte ai contadini che occupavano le terre al grido di «Viva l'Italia» e Nino Bixio a Bronte effettuò una delle più violente repressioni. Di fronte al pericolo sociale gli agrari sostennero l'annessione al Piemonte, ratificata con il plebiscito del 5 novembre. Le istituzioni garibaldine furono sciolte assieme alle istituzioni autonome dell'isola. La Sicilia venne governata direttamente dal Piemonte che introdusse lo statuto albertino e le istituzioni sabaude, e fu anche stabilita la coscrizione obbligatoria da cui la Sicilia è stata quasi sempre esente. Sul piano nazionale l'unità fu caratterizzata dall’alleanza tra la borghesia del Nord e i proprietari terrieri siciliani attorno alle istituzioni piemontesi; la Sicilia doveva essenzialmente finanziare l'accumulazione di capitale al Nord lasciando intatta la struttura agraria dell'isola: il peso delle tasse aumentò di un terzo, la bilancia commerciale non fu più attiva e nel 1868 venne reintrodotta l'odiata tassa sul macinato (poi abolita nel 1880). Fiorì il brigantaggio come forma di esasperazione e protesta mentre si affermava una opposizione radicale e autonomista. Dal canto loro gli agrari ricorrevano alla mafia per riscuotere le loro imposizioni sui contadini. La mafia si consolidò come strumento di conservazione dei privilegi feudali e di mantenimento della pace sociale nelle campagne, al servizio di tutta la nuova classe dirigente di proprietari terrieri, imprenditori, gabelotti locali. Il generale Govone attivò questi interessi comuni, assumendo nel 1863 i pieni poteri, instaurando i tribunali militari e fucilando sul posto per spezzare l‘opposizione. Anche Crispi si convertì alla monarchia nel 1865, mentre le tensioni del dopo unità sboccarono in una nuova insurrezione a Palermo nel 1866, domata da Cadorna. Dall'inchiesta Jacini del 1886 traspariva il quadro desolante della Sicilia. La produttività ristagnava per la scelta di un'agricoltura a basso costo e basso rendimento, il numero dei proprietari diminuiva, i viticoltori più intraprendenti erano danneggiati dalla fillossera. La politica del governo si risolse in un protezionismo che favoriva il parassitismo agrario e danneggiava le più moderne colture specializzate e l’industria per l'esportazione. I lavoratori salariati erano ridotti in miseria: tra il 1871 e il 1891 il costo della vita era raddoppiato e i salari erano costanti, mentre i prezzi delGiovane brigante grano si abbassavano impoverendo le campagne. Anche la legislazione sociale fu disattesa a lungo, come il divieto dell'impiego di ragazzi sotto gli 11 anni nelle solfare (1879). Nel 1883 si formò il Partito socialista siciliano e negli anni seguenti si estesero i fasci che strutturavano il movimento contadino e operaio. Tra i promotori vi erano Rosario Garibaldi Bosco, Bernardino Verro, Nicola Barbato, Giuseppe De Felice. Anche sotto il profilo intellettuale, nel decennio 80-90 vi fu un grande sviluppo con Giovanni Verga, Napoleone Colajanni, Giuseppe Ricca Salerno, Francesco Scaduto, Gaetano Mosca. Il movimento dei fasci dilagò in modo impressionante nel 1893-94. Ovunque i fasci elaboravano rivendicazioni e intraprendevano lotte economiche e politiche. A Caltavuturo l'esercito uccise 11 contadini e il culmine si ebbe tra l’8 e il 13-XII-1893 con centinaia di morti, migliaia di feriti e di arresti. Il 4-I-1894 Crispi (divenuto capo del governo) decretò lo stato d'assedio, sospese le liberta costituzionali e sciolse i fasci. II Partito socialista italiano rimase sostanzialmente estraneo e non solidarizzo con il movimento, separandosi così dai contadini e lavoratori siciliani, che si riorganizzeranno all'inizio del secolo nel movimento sindacale e più tardi nel movimento comunista e in quello cattolico di Luigi Sturzo. Nel periodo che va fino alla prima guerra mondiale l'economia siciliana si riprese, le aziende agrumicole si evolsero in senso capitalista, mentre altrove vigeva il caporalato e un potente movimento cooperative faceva concorrenza ai gabelotti. Il complesso armatoriale-industriale-agrario-bancario-ferroviario di Florio era un esempio della nuova espansione verso i trusts, favoriti anche dall’espansione del mercato mondiale. Nel settore minerario sopravvivevano ancora le rendite feudali e lo zolfo siciliano perdeva il monopolio europeo; invece l'industria chimica legata alla Montecatini si concentrò nel 1915, sostenuta dalla Banca Commerciale e dal Credito Italiano. Dal 1898 al 1918 la potenza elettrica passava da 1025 a 26.822 kW, le ferrovie si svilupparono e si intensificò anche l'emigrazione dalle campagne sovraffollate. All'indomani della prima guerra mondiale nel «biennio rosso» 1919-20 ripresero le occupazioni di terre e le agitazioni operaie. Se si esclude la provincia di Siracusa, il fascismo attecchì solo dopo la sua ascesa al potere; ancora nel 1923 vi furono imponenti Manifesto del 1929 per la "Battaglia del Grano"manifestazioni antifasciste (dette del «soldino»). Il fascismo in Sicilia si innestava sulla precedente struttura di potere agrario-capitalista-mafiosa e le campagne condotte contro la mafia e il latifondo non furono altro che grandi imposture. La lotta contro la mafia, incominciata nel 1925, si rivolse contro esponenti minori e anche molti innocenti; le sentenze erano basate su dubbie confessioni di pentiti e sulla delazione generalizzata che legalizzava i regolamenti di conti. Si trattava in realtà di impedire uno sviluppo autonomo della mafia per riportarla sotto il controllo dei ceti dominanti. Parallelamente la «lotta al latifondo» serviva in realtà per eliminare il lavoro salariato introducendo la mezzadria con residenza obbligatoria dei coloni e obbligo delle migliorie, nello spirito dello stato corporativo basato sulla solidarietà tra capitale e lavoro. Si costituivano case isolate piuttosto che villaggi e paesi agricoli - uno solo per provincia - per evitare la formazione di uno «stato d'animo ribellista». Le uniche espropriazioni avvennero su terre di proprietà inglesi e in generale il piano di bonifica fallì. Intanto la Sicilia sprofondava nella miseria e non riusciva a sollevarsi dalla crisi del 1929. La guerra rese ancora più drammatici questi problemi, cosicchè gli Alleati - che sbarcarono il 9-VII-1943 tra Pozzallo e Avola - erano preoccupati essenzialmente di impedire la rivoluzione agraria che si sarebbe presto annunciata con una nuova ondata di occupazioni delle terre. Ricostituirono quindi l'amministrazione locale utilizzando vecchi funzionari fascisti e mafiosi, con la collaborazione degli agrari e degli imprenditori più in vista. I vice-prefetti di camera presero il posto dei prefetti, boss locali e podestà (solo metà furono sostituiti) divennero sindaci e fiduciari dell’amministrazione alleata. Gli stessi agrari furono nominati presidenti dei consorzi e degli ammassi locali e il conte L. Tasca Bardonaro, esponente del latifondismo, divenne presidente dell'Ente di colonizzazione del latifondo. Anche nei sindacati dei lavoratori erano denunciati diversi casi di riciclaggio di sindacalisti fascisti. Personaggi che avevano vissuto all’ombra del regime, come V. E. Orlando, ebbero un ruolo politico nazionale. Parallelamente si formò un demagogico Comitato per l'indipendenza della Sicilia, schierato contro la continuità del regime, ma composto da Finocchiaro Aprile che nel 1934 plaudiva a Mussolini, sostenitore della campagna d'Albania e teorico della continuità tra Crispi e il fascismo, da F. GiuseppeBenito Mussolini Vella, economista ideologo del fascismo, e anche da esponenti di «sinistra» come Mariano Costa e Domenico Cigna, da imprenditori e membri dell'aristocrazia terriera ed esponenti cattolici, che propugnavano l’autonomia dell’isola. Si costituì un esercito di liberazione sostenuto dagli agrari a cui prese parte il bandito S. Giuliano, che ingaggiò una specie di guerra civile. In effetti, come all'epoca dei Borboni, il blocco conservatore agrario-industriale vedeva nell’indipendenza la possibilità di continuare a riprodurre le antiche relazioni sociali dominanti e un baluardo contro il comunismo e la rivoluzione nelle campagne. A ciò i partiti di sinistra contrapposero l'unità nazionale, accantonando la questione agraria. Così quando il movimento indipendentista fu battuto, il blocco che l’aveva formato si ricompose attorno alla DC e nessuno dei problemi storici dell’isola fu risolto. Nel 1946 il parlamento accordò l'autonomia alla Sicilia con un certo potere in settori come l’agricoltura, le miniere, l'industria, l'ordine pubblico e le comunicazioni. Il primo parlamento regionale fu eletto lo stesso anno. La sua politica fu ispirata alla creazione di agevolazioni fiscali e all'elargizione di sussidi di ogni genere, per fare della Sicilia una sorta di zona franca che attirava capitali, attività produttive, vaste opere territoriali, in un quadro di sfrenato liberismo, con l'approvazione dello stato. Non fu spezzata la concentrazione di capitale e di proprietà: basti pensare che la meta del capitale di borsa apparteneva ad una sola società. La riforma agraria di Milazzo nel '50, limitata a terre povere che i contadini dovevano riscattare, non intaccò la struttura dell'isola, né determinò sostanziali vantaggi per i contadini, inoltre l’ingresso nella CEE nel 1958 ridusse ulteriormente le prospettive di sviluppo dell'agricoltura siciliana. Impianti petroliferi furono costruiti a Gela e Milazzo e larghe possibilità furono offerte alle compagnie straniere ma, ancora nel 1981, il 40% delle industrie occupava meno di 10 dipendenti. Il rapporto scuole-popolazione nel 1980 era al penultimo posto in Italia e i posti ospedalieri non erano che 1/3 della media del centro-nord. La Sicilia pagò anche un alto tributo di emigrati. L'urbanizzazione conobbe una impennata, ma sotto la tutela mafiosa e clientelare: l'80% delle licenze edilizie tra il 1957 e il 1963 a Palermo venne assegnata a cinque uomini. Una serie di cadaveri eccellenti sono rimasti sul terreno (il giornalista Tullio De Mauro, il commissario Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della regione Piersanti Mattarella, il generale Dalla Chiesa, il deputato Pio La Torre), a testimoniare che nel corso dei decenni la struttura sociale e dirigente della Sicilia non è cambiata.

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