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| Prodotti Tipici Siciliani
- Vini |
Alcamo
Doc
Del vino di Alcamo si ha notizia già nel 1549,
quando uno dei sommelier della Santa Sede lo
inserì tra i vini più pregiati del tempo.
Tuttavia è solo a partire dal 1800 che la sua
notorietà si diffonde oltre i confini regionali,
costituendo un elemento di forte richiamo del
territorio. La Doc Alcamo comprende pregiati
vini bianchi, rossi e rosati.
Come si consuma
L’Alcamo bianco si accompagna bene a minestre
dense di verdura, paste asciutte con sughi di
pesce, pesce azzurro e di lago al forno o alla
griglia, frittate contadine e formaggi ovini
freschi. Viene servito a 12-14°C, in un calice
svasato in modo da permettere una maggiore
concentrazione dei profumi e va consumato
preferibilmente entro un anno dalla vendemmia.
Il rosso va servito in calici per vini rossi
giovani ad una temperatura di 16–18°C e bevuto
entro due–tre anni dalla vendemmia. E' indicato
assieme a formaggi stagionati, come il pecorino,
a piatti a base di carne di agnello e a salumi.
Come si conserva
Le regole per una corretta conservazione di
questo vino sono poche: le bottiglie vanno
tenute, coricate, in scaffalature di legno,
perché questo materiale attutisce i colpi e le
vibrazioni; devono essere conservate al buio, a
temperatura costante fra 10 e 15°C e con
un’umidità intorno al 70-75%, in modo che il
tappo non si asciughi.
Come si produce
Per ottenere l’Alcamo Doc bianco si procede con
la vinificazione in bianco, che mira
all’immediata estrazione del succo dal frutto,
in maniera che la fermentazione riguardi solo la
parte liquida.
Si tratta di un processo tecnicamente molto più
delicato di quanto non sia la vinificazione in
rosso, in quanto i vini bianchi sono più
facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e
a fermentazioni anomale. Ciò si può ottenere
solo gestendo correttamente il processo
produttivo, partendo da uve raccolte
perfettamente sane, prive di attacchi
parassitari, selezionate e vendemmiate in modo
da conciliare una sufficiente gradazione
alcolica con un buon livello di acidità.
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Cerasuolo
di Vittoria Doc
Il Cerasuolo di Vittoria è un vino rosso che si
produce in un'ampia area della provincia di
Ragusa e in parte delle province di
Caltanissetta e Catania. Si tratta di una zona
di antichissima vocazione vitivinicola, come
testimoniano numerosi documenti risalenti anche
al III secolo a.C.
Tuttavia la data di nascita del Cerasuolo di
Vittoria nella tipologia attuale è molto
posteriore: coincide con la fondazione della
città di Vittoria, avvenuta nel 1606; la
fondatrice della città regalò infatti in quell’anno
un ettaro di terra a ciascun colono a condizione
che ne coltivasse un altro a vigneto. Fu nel
1933 invece, in occasione della Mostra mercato
di Siena, che il Cerasuolo venne immesso per la
prima volta sul mercato nazionale.
Come si consuma
Il Cerasuolo di Vittoria Doc si abbina bene con
arrosti di carni bianche e rosse, brasati di
manzo, selvaggina minuta allo spiedo e formaggi
piccanti stagionati. Va servito a una
temperatura di 18-20°C, in calici ballon, che
permettono di ossigenarlo adeguatamente
attraverso un movimento rotatorio. È un vino
importante da pasto, adatto a un grandissimo
invecchiamento (sino a 30 anni). I più raffinati
intenditori, contrariamente a ogni canone, lo
consigliano come aperitivo proprio quando è
molto vecchio.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Cerasuolo di
Vittoria Doc è sufficiente tenere il vino al
buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C;
per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
La vinificazione del Cerasuolo di Vittoria Doc
consente la fermentazione del mosto a contatto
con la vinaccia, che durante questa fase
rilascia parte delle sostanze in essa contenute,
quali antociani e tannini. Durante la svinatura
la vinaccia viene separata dal mosto. Dopo i
travasi, si procede all’affinamento e a un
periodo di invecchiamento obbligatorio di 7
mesi. Seguono poi la stabilizzazione e
l’imbottigliamento.
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Contea
di Sclafani Doc
Il Contea di Sclafani Doc prende il nome dal
comune di Sclafani Bagni che è anche fulcro
della zona di produzione di questa Doc. Secondo
la tradizione il nome Sclafani deriva dal greco
Esculapifanum, che significa "sacro ad Esculapio",
forse per la presenza sul posto di un tempio
dedicato a questo dio. E l’origine di questo
vino potrebbe essere effettivamente greca, come
confermano alcuni importanti ritrovamenti.
La Doc comprende le seguenti tipologie: Bianco,
Rosso, Rosato, Ansonica, Catarratto, Chardonnay,
Grecanico, Grillo, Pinot Bianco, Nerello
Mascalese, Sauvignon, Cabernet Sauvignon,
Merlot, Nero d'Avola, Perrione, Pinot nero,
Sangiovese, Syrah, Dolce, Dolce vendemmia
tardiva, Novello.
Come si consuma
Il Contea di Sclafani Bianco e i vini
monovarietali bianchi rientranti in questa Doc
si abbinano ad antipasti, piatti a base di pesce
e a base di uova e vanno serviti a una
temperatura di 8-12 °C in calici svasati. La
versione Rosso e i vini monovarietali rossi
vanno degustati assieme a preparazioni
abbastanza strutturate, in particolare secondi
di carne, grigliate, salumi piccanti e
cacciagione e vanno serviti a una temperatura di
16 -18 °C in calici ballon, mentre la versione
Rosato si accompagna bene con salumi, secondi di
carne, verdure e formaggi freschi e va servito
in calici ampi a una temperatura di 12-14 °C. Il
Contea di Sclafani Spumante Bianco o Rosato si
sposa perfettamente con ostriche e antipasti di
pesce e si consiglia di servirlo a una
temperatura di 8-10°C in bicchieri flûte. La
tipologia Dolce e Dolce Vendemmia tardiva va
servito a fine pasto in calici piccoli a
12-14°C. Il Novello infine va abbinato con
primi, carni bianche, torte di verdura, salumi e
formaggi freschi, servito in calici allungati a
una temperatura di 14 -16 C°.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Contea di
Sclafani Doc è sufficiente tenere il vino al
buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C
e, per impedire che il tappo si asciughi,
l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le
bottiglie vanno conservate in posizione
orizzontale su scaffalature di legno.
Come si produce
Per i vini rossi la fermentazione del mosto
avviene a contatto con la vinaccia, che durante
questa fase rilascia parte delle sostanze in
essa contenute, quali antociani e tannini.
Questa operazione può essere breve (2 o 3
giorni) per i vini rossi giovani o prolungata
(oltre 15 giorni) per quelli di grande struttura
destinati a un invecchiamento più o meno lungo.
Seguono la fase della svinatura, con la
separazione della vinaccia dal mosto, i travasi,
l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine di
questo periodo, che può essere anche molto
prolungato, i rossi vengono stabilizzati e,
infine, imbottigliati.
Il metodo di produzione dei bianchi è
tecnicamente molto più delicato di quanto non
sia la vinificazione in rosso, in quanto sono
più facilmente soggetti ad alterazioni
microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso
in cui la loro fermentazione non sia
correttamente eseguita. Generalmente essa mira
alla fermentazione del mosto fuori dal contatto
delle bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura,
processo con cui si allontanano le particelle in
sospensione; si procede quindi con la
solfitazione del mosto, che viene lasciato a
fermentare a una temperatura che non deve
superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura
con i travasi che consentono l’illimpidimento
del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è
pronto per l’imbottigliamento. La vinificazione
del Contea di Sclafani Doc Rosato prevede la
rottura dell’acino e non dei raspi, che
arricchirebbero il mosto di quantitativi
eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il
mosto ottenuto viene messo in recipienti detti
fermentini, dove subisce una breve macerazione e
una modesta solfitazione. Al termine di queste
operazioni, il vino viene separato dalle vinacce
con la svinatura e sottoposto a travasi; viene
quindi stabilizzato e passato
all’imbottigliamento.
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Contessa
Entellina Doc
Il Contessa Entellina Doc prende il nome dal
comune di Contessa Entellina che è anche la zona
esclusiva di produzione di questa Doc. Su questo
territorio sorgeva la città di Entella (Anthilia)
che, con Erice e Segesta, fu fondata tra il VI e
il V secolo a.C. dagli Elimi, antica popolazione
le cui origini sono tuttora avvolte nel mistero.
Certo è invece il legame tra questa civiltà e
l’arte della vinificazione, come documentano
numerose testimonianze tra le quali monete
riproducenti grappoli d’uva e fonti latine che
attestano una produzione vinicola molto
apprezzata nell’antichità.
Questa Doc è prodotta nelle tipologie Bianco,
Rosso, Rosato, Ansonica, Cabernet Sauvignon,
Chardonnay, Grecanico, Merlot, Pinot nero,
Sauvignon, Rosso Riserva, Vendemmia tardiva.
Come si consuma
Il Contessa Entellina Doc Bianco e i
monovarietali bianchi si abbinano ad antipasti,
primi e secondi a base di pesce e alle uova
cucinate in vari modi; vanno serviti a una
temperatura tra gli 8 e i 12 °C in calici
svasati per vini bianchi giovani. La versione
Rosso e i monovarietali rossi vanno degustati
assieme a primi piatti abbastanza strutturati,
come la pasta al forno, o con preparazioni a
base di carne, grigliate, salumi e formaggi. La
temperatura ottimale per la somministrazione è
di 16-18 °C e il calice adatto è il bordolese o
il ballon a seconda dell’invecchiamento. La
versione Rosato, infine, si accompagna bene con
salumi, primi e, secondi di carne, verdure e
formaggi freschi e va servito in calici ampi a
una temperatura di 12-14 °C.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Contessa
Entellina Doc è sufficiente tenere il vino al
buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C.
Per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Per i vini rossi la fermentazione del mosto
avviene a contatto con la vinaccia, che durante
questa fase rilascia antociani e tannini, e può
essere breve (2 o 3 giorni) per i vini rossi
giovani o prolungata (oltre 15 giorni) per
quelli di grande struttura destinati a un
invecchiamento più o meno lungo. Seguono la fase
della svinatura, con la separazione della
vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e
l’invecchiamento. Al termine di questo periodo,
che può essere anche molto prolungato, vengono
stabilizzati e, infine, imbottigliati.
Il metodo di produzione dei bianchi è
tecnicamente molto più delicato di quanto non
sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini
bianchi sono più facilmente soggetti ad
alterazioni microbiche e a fermentazioni
anomale, nel caso che la loro fermentazione non
sia correttamente eseguita. Generalmente essa
mira alla fermentazione del mosto fuori dal
contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la
sfecciatura, processo con cui si allontanano le
particelle in sospensione; si procede quindi con
la solfitazione del mosto, che viene lasciato a
fermentare a una temperatura che non deve
superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura
con i travasi che consentono l’illimpidimento
del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è
pronto per l’imbottigliamento. La vinificazione
del Contessa Entellina Doc Rosato prevede la
rottura dell’acino e non dei raspi, che
arricchirebbero il mosto di quantitativi
eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il
mosto ottenuto viene messo nei fermentini, dove
subisce una breve macerazione e una modesta
solfitazione. Al termine di queste operazioni,
il vino viene separato dalle vinacce con la
svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi
stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
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Delia
Nivolelli Doc
Il Delia Nivolelli Doc viene prodotto in parte
del territorio dei comuni di Mazara del Vallo,
Marsala, Petrosino e Salemi, in provincia di
Trapani.
Questa zona, fertile e pianeggiante, si trova in
una posizione che sembra predestinarla a un
rapporto privilegiato con i paesi del
Nord-Africa; divenuta famosa per gli scambi
all’epoca dei Fenici e per la sua conquista da
parte degli arabi, è ricca di significativi
monumenti, nel contesto del ricco patrimonio
paesaggistico, archeologico e monumentale della
provincia di Trapani.
Questa Doc comprende le tipologie Bianco, Rosso,
Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Damaschino,
Grecanico, Grillo, Inzolia, Merlot, Muller
Thürgau, Nero d’Avola, Pignatello o Perricone,
Sangiovese, Sauvignon, Spumante, Syrah.
Come si consuma
I bianchi della Doc Delia Nivolelli vanno
degustati come aperitivi, assieme ad antipasti a
base di pesce, frittate e torte di verdura e
vanno serviti in calici svasati a una
temperatura di 10-12 °C. I rossi si accompagnano
bene a piatti abbastanza strutturati come
secondi di carne e cacciagione. La temperatura
ottimale di servizio è di 16-18 °C e il calice
adatto è quello allungato se sono vini giovani o
il ballon se sono più invecchiati. Il Delia
Nivolelli Spumante si sposa a perfezione con
antipasti di pesce e ostriche e va servito in
bicchieri flûte a 8 -10 °C.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Delia Nivolelli
Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Per i vini rossi la fermentazione del mosto
avviene a contatto con la vinaccia, che durante
questa fase rilascia parte delle sostanze in
essa contenute, quali antociani e tannini e può
essere breve (2 o 3 giorni) per i vini rossi
giovani o prolungata (oltre 15 giorni) per
quelli di grande struttura destinati a un
invecchiamento più o meno lungo. Seguono la fase
della svinatura, con la separazione della
vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e
l’invecchiamento; al termine di questo periodo
che può essere anche molto prolungato i vini
vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati.
Il metodo di produzione dei bianchi è
tecnicamente molto più delicato di quanto non
sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini
bianchi sono più facilmente soggetti ad
alterazioni microbiche e a fermentazioni
anomale, nel caso che la loro fermentazione non
sia correttamente eseguita. Generalmente essa
mira alla fermentazione del mosto fuori dal
contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la
sfecciatura, processo con cui si allontanano le
particelle in sospensione; si procede quindi con
la solfitazione del mosto, che viene lasciato a
fermentare a una temperatura che non deve
superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura
con i travasi che ne consentono l’illimpidimento.
Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per
l’imbottigliamento.
La vinificazione del Delia Nivolelli Doc
Spumante prevede la tecnica di preparazione,
conosciuta come metodo “Charmat” o “Italiano”.
Essa consiste nella rifermentazione di un vino
secco con aggiunta di un certo quantitativo di
zucchero chiamato, appunto, sciroppo zuccherino
o liqueur de tirage o di zucchero naturale Le
fasi che contraddistinguono questa metodologia
produttiva iniziano, quindi, con la pressatura
soffice delle uve intere alla quale segue la
vinificazione in bianco, con fermentazione
totale o parziale. Al termine della
fermentazione si effettua una stabilizzazione
del prodotto ottenuto, quindi si trasferisce il
prodotto in autoclave per la successiva
rifermentazione. Successivamente il vino
spumante così ottenuto viene refrigerato e
quindi filtrato, per eliminare le particelle
presenti in sospensione o accumulate sul fondo
dell’autoclave, e poi, sempre a bassa
temperatura, indirizzato all’imbottigliamento.
Per questi vini, come per i vini frizzanti,
l’imbottigliamento è isobarico, cioè effettuato
in presenza di un gas a pressione contraria
rispetto a quella dell’anidride carbonica
contenuta nel vino.
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Eloro
Doc
L’Eloro Doc prende il nome dalla cittadina di
Eloro, in provincia di Siracusa, uno degli
spunti panoramici più belli dell'intero litorale
del Golfo di Noto, nonché sito archeologico di
rilievo per le importanti testimonianze della
civiltà greca. A dare un notevole impulso alla
viticoltura locale furono proprio i coloni Greci
che in provincia di Siracusa producevano un vino
pregiato detto Pollio.
L’Eloro Doc viene prodotto nelle tipologie
Rosso, Rosato, Frappato, Nero d’Avola, Pachino,
Pignatello.
Come si consuma
L’Eloro Doc Rosso si accompagna a secondi di
carne e selvaggina e va servito in calici ballon
a una temperatura di 18-20°C. L’Eloro Doc Rosato
si abbina bene con primi piatti, carni bianche,
frittate e torte di verdura. Si consiglia di
servirlo in calici ampi e aperti a una
temperatura di 14-16°C. L’Eloro Doc Pachino va
degustato assieme a secondi di carne importanti
e cacciagione, in calici ballon a 18-20°C.
Come si conserva
Per conservare correttamente l’Eloro Doc è
sufficiente tenere il vino al buio, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Il processo di vinificazione dell’Eloro Doc
Rosso e delle altre tipologie di rosso prevede
la fermentazione del mosto a contatto con la
vinaccia, che durante questa fase rilascia
antociani e tannini. Il processo di
fermentazione ha durata variabile: da 2 a 3
giorni per i vini rossi giovani, oltre i 15
giorni per quelli di grande struttura destinati
a un invecchiamento più o meno lungo. Seguono la
fase della svinatura, con la separazione della
vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e
l’invecchiamento. Al termine di questo periodo,
che può essere anche molto prolungato, i vini
vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati.
La vinificazione dell’Eloro Doc Rosato prevede
la rottura dell’acino e non dei raspi, che
arricchirebbero il mosto di quantitativi
eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il
mosto ottenuto viene messo nei fermentini, dove
subisce una breve macerazione e una modesta
solfitazione. Al termine di queste operazioni,
il vino viene separato dalle vinacce con la
svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi
stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
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Etna
Doc
I preziosi vigneti dell’Etna crescono su terreni
desertici e sabbiosi, ma sono capaci di produrre
grappoli più turgidi e sapori più ricchi di
sfumature e tonalità. Ciò era noto evidentemente
anche alle civiltà del passato, viste le origini
antichissime della viticoltura della zona. Ne
abbiamo notizia dal poeta Teocrito nel III
secolo a.C. e ulteriore conferma da alcune
monete del V secolo a.C. giunte fino a noi. Il
vino dell'Etna, nelle sue tipologie Rosso,
Rosato, Bianco e Bianco superiore, è stato,
inoltre, il primo vino siciliano da tavola a
ottenere il riconoscimento della denominazione
di origine.
Come si consuma
L’Etna Doc Bianco si accompagna ad antipasti di
mare, involtini di melanzane, cozze, pasta con
le sarde, grigliate di pesce e va servito in
calici di media capacità a tulipano svasati a
una temperatura di 8-10°C. Le tipologie Rosso e
Rosato si abbinano bene con primi piatti,
secondi di carne, grigliate e formaggi tipici
siciliani quali il Ragusano e il Pecorino
Siciliano. Si consiglia di servire il primo in
calici bordolesi e il secondo in calici di media
capacità a tulipano ampi a una temperatura di
rispettivamente di 16-18°C e 13-14°C.
Come si conserva
Per conservare correttamente l’Etna Doc è
sufficiente tenere il vino al buio, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Il processo di vinificazione dell’Etna Doc Rosso
prevede la fermentazione del mosto a contatto
con la vinaccia, che durante questa fase
rilascia antociani e tannini. Seguono la fase
della svinatura, con la separazione della
vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e
l’invecchiamento. Al termine di questo periodo,
che può essere anche molto prolungato, i vini
vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati.
Il metodo di produzione dell’Etna Doc Bianco è
tecnicamente molto più delicato di quanto non
sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini
bianchi sono più facilmente soggetti ad
alterazioni microbiche e a fermentazioni
anomale, nel caso che la loro fermentazione non
sia correttamente eseguita. Essa mira alla
fermentazione del mosto fuori dal contatto delle
bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura,
processo con cui si allontanano le fecce, cioè
le particelle in sospensione; si procede quindi
con la solfitazione del mosto, che viene
lasciato a fermentare a una temperatura che non
deve superare i 20°C. Al termine avviene la
svinatura con i travasi che ne consentono l’illimpidimento.
Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per
l’imbottigliamento.
Infine, la vinificazione dell’Etna Doc Rosato
prevede la rottura dell’acino e non dei raspi,
che arricchirebbero il mosto di quantitativi
eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il
mosto ottenuto viene messo in recipienti
chiamati fermentini, dove subisce una breve
macerazione e una modesta solfitazione. Al
termine di queste operazioni, il vino viene
separato dalle vinacce con la svinatura e
sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato
e passato all’imbottigliamento.
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Faro
Doc
Il Faro Doc è un vino rosso prodotto
nelle colline sovrastanti lo stretto di Messina,
altra area della Sicilia che vanta
un’antichissima vocazione vitivinicola. Le sue
origini possono essere ricondotte all'età
Micenea (XIV secolo a.C. circa), come attestano
alcuni reperti rinvenuti soprattutto nelle isole
Eolie, ma è con l’età romana che i vini di
Messina ricevono la prima consacrazione
ufficiale. Lo dimostra il fatto che Giulio
Cesare brindò alla festa del suo trionfo al
Terzo Consolato proprio con un vino messinese,
il Mamertino.
Come si consuma
Il Faro Doc si sposa perfettamente con il
Ragusano, il Pecorino Siciliano stagionato, il
polpettone, le braciole di vitello, il capretto
messinese e il montone al forno. Si consiglia di
servirlo in calici ballon ad una temperatura
di16 -18°C.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Faro Doc è
sufficiente tenere il vino al buio, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Il processo di vinificazione del Faro Doc
prevede la fermentazione del mosto a contatto
con la vinaccia, che durante questa fase
rilascia parte delle sostanze in essa contenute,
quali antociani e tannini. Il processo di
fermentazione dura generalmente oltre i 15
giorni. Seguono la fase della svinatura, con la
separazione della vinaccia dal mosto, i travasi,
l’affinamento e l’invecchiamento obbligatorio di
un anno. Al termine di questo periodo il vino
viene stabilizzato ed, infine, imbottigliato.
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Malvasia
delle Lipari Doc
La Malvasia della Lipari, di cui esistono tre
tipologie, una da pasto e due da fine pasto, è
annoverata tra i più antichi e pregiati vini di
Sicilia. Probabilmente introdotta dai Greci,
come scrive Diodoro Siculo nel I secolo a.C.,
questo vino nasce nelle isole Eolie in cui la
viticoltura vanta origini ben più remote. Molto
curiosa è invece l’origine del termine
"malvasia" nelle Lipari. Un’antica leggenda
cristiana, risalente all’epoca della dominazione
musulmana, racconta di un povero contadino del
posto, intento a portare un'anfora di vino
moscato. Questi, incontrato lungo la strada il
tirannico governatore arabo dell'isola che
pretendeva di vedere cosa avesse sotto il
mantello, rispose che portava solo succo di
malva e, pregando il Signore affinché
trasformasse il vino in malva, lo invocò così:
"malva sia". La preghiera fu ascoltata e
un’espressione di disgusto segnò il volto del
tiranno mentre beveva il contenuto dell’anfora.
Nell’opera “La vita errante” il grande
romanziere francese Guy de Maupassant così
descrive il vino Malvasia delle Lipari: "Sembra
sciroppo di zolfo. È proprio il vino dei
vulcani, denso, zuccherato, dorato e con un tale
sapore di zolfo che vi rimane al palato fino a
sera: il vino del diavolo".
Come si consuma
La Malvasia delle Lipari è un vino da
meditazione che può essere degustato anche
assieme a formaggi erborinati, a dolci tipici
siciliani come la cassata e i cannoli, e alla
pasticceria secca. Va servito in piccoli calici
che permettono la concentrazione dei profumi e
degli aromi a una temperatura di 16 -18°C.
Come si conserva
Per conservare correttamente la Malvasia delle
Lipari Doc è sufficiente tenere il vino al buio,
a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Il metodo di produzione del Malvasia delle
Lipari Doc nella versione da pasto segue il
processo di vinificazione in bianco, con
fermentazione del solo mosto, privo cioè delle
parti solide. A differenza di una normale
vinificazione in bianco viene però aggiunto un
quantitativo variabile di zucchero al fine di
garantire una maggiore dolcezza al prodotto
finale. La metodologia produttiva della variante
Passito prevede una vinificazione delle uve
appassite, in tutto o in parte o sulla pianta
(vendemmia tardiva) o dopo la raccolta (anche
all’aria o in locali idonei). Per la produzione
di tutte le tipologie di vini passiti è,
comunque, necessario diraspare le uve, perché i
raspi si presentano secchi e quindi in grado di
assorbire quantità sensibili di alcol e
conferire cattivi sapori, quindi procedere a una
pigiatura soffice. Alla fase dell’ammostatura
segue la fermentazione, che si blocca
naturalmente al raggiungimento di un’alta
gradazione alcolica. Il vino così ottenuto viene
quindi stabilizzato (il passito Dolce naturale
subisce anche un affinamento obbligatorio di
nove mesi) e viene successivamente
imbottigliato. Analogamente al vino passito,
anche per la preparazione della tipologia
Liquoroso è necessaria la diraspatura delle uve
raccolte sia in epoca vendemmiale normale che
leggermente ritardata (uve stramature); in
alcuni casi si procede anche a un parziale
appassimento delle uve in locali idonei. Le uve
vengono quindi pigiate sofficemente, e il mosto
così ottenuto viene sottoposto a parziale
fermentazione alcolica, stabilizzato e quindi
mutizzato con aggiunta di alcol di origine
viticola e/o acquavite di vino. Al termine di un
affinamento di sei mesi, il prodotto è pronto
per essere imbottigliato.
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Mamertino
di Milazzo Doc
La viticoltura alle falde dell’Etna e nella zona
Agrigentina, secondo alcuni storici, risalirebbe
a prima dei Fenici. Ritrovamenti di viti
cosiddette “ampelidi” dimostrano la presenza
della vite selvatica sull'isola, già milioni di
anni fa. Si hanno testimonianze storiche sulla
produzione del vino Mamertino già nel 289 A.C.,
quando i Mamertini piantarono nel territorio di
Milazzo “una pregevole vite per la produzione di
un pregevole vino". Tale era la bontà di questo
vino già all’epoca romana che, si narra, venne
offerto da Giulio Cesare in occasione del
banchetto per celebrare il suo terzo consolato
poi raccontato anche nel "De Bello Gallico".
Decantato per la sua bontà dagli stessi Stradone
e Plinio, il Mamertino già secoli fa era
considerato uno dei migliori vini in commercio.
Le condizioni climatiche peculiari del luogo
particolarmente favorevoli per una corretta
maturazione delle uve, hanno reso questo
territorio fortemente vocato alla coltivazione,
inizialmente sperimentale, poi sempre più
praticata, anche di vitigni alloctoni come
Chardonnay, Cabernet, Syrah, Merlot, ecc….
Tuttavia oggi sono soprattutto i vitigni
autoctoni, come il Nero d’Avola, che stanno
ricompensando sempre più produttori con la messa
in commercio di vini di gran pregio. Questa Doc
comprende le varietà di vino: Bianco, Bianco
Riserva, Rosso, Rosso Riserva, Calabrese o Nero
d’Avola, Calabrese o Nero d’Avola Riserva,
Grillo-Ansonica.
Come si consuma
Il Mamertino di Milazzo Bianco Doc si sposa con
antipasti leggeri di mare, con secondi di pesce
grigliato e marinato e con risotti conditi con
sughi di pesce. La temperatura di degustazione è
di 8-10 °C e va servito in calice a media
capacità a tulipano svasato.
Il Mamertino Bianco Riserva Doc è ideale
accostato con fritture saporite, con zuppe e
intigoli di pesce. Se ne consiglia la
degustazione anche assieme a secondi di carne
bianca, come pollame, coniglio e frattaglie. Per
questo vino la temperatura di degustazione è di
10-12 °C e il calice adatto è a media capacità a
tulipano ampio.
Il Mamertino di Milazzo Rosso Doc trova ideale
abbinamento assieme a piatti più elaborati come
primi conditi con ragù di carne e secondi di
carni rosse, sia lessate che grigliate. È ottimo
anche accompagnato con formaggi stagionati. Va
servito in calice bordolese ad una temperatura
di degustazione di 14-16 °C.
Il Mamertino Rosso Riserva Doc si sposa con
arrosti di carni rosse, grigliate, stracotti e
stufati, ma esprime al meglio le sue
caratteristiche organolettiche se abbinato alla
selvaggina sia di pelo che con piuma. Va
degustato a 16-18 °C in calice ballon.
Il Mamertino Nero d’Avola e Nero d’Avola Riserva
Doc è ottimo accompagnato a formaggi stagionati
come il pecorino siciliano o il tipico "piacintinu":
formaggio di pecora aromatizzato con lo
zafferano. Trova ideale abbinamento anche con
secondi di carne come le braciole di vitello, o
il capretto alla messinese. La temperatura di
servizio è di 16-18°C e il calice adatto è il
ballon.
Il Mamertino Grillo-Ansonica Doc è perfetto con
antipasti sia di verdure che di uova, con carni
bianche fredde e conformaggi teneri e freschi.
Va servito in calici a media capacità a tulipano
svasato a una temperatura di 8-10°C.
Come si conserva
Le regole per una corretta conservazione di
questo vino sono poche: le bottiglie vanno
tenute, coricate, in scaffalature di legno,
perché questo materiale attutisce i colpi e le
vibrazioni; devono essere conservate al buio, a
temperatura costante fra 10 e 15°C e con
un’umidità intorno al 70-75%, in modo che il
tappo non si asciughi.
Come si produce
Il metodo di produzione del Mamertino di Milazzo
Rosso Doc prevede la pigiatura delle uve, poi
messe a fermentare e a macerare assieme alla
vinaccia. Con la successiva svinatura, si separa
la vinaccia dal mosto e, dopo l’affinamento e
l’invecchiamento, il vino viene stabilizzato e
imbottigliato. Per le tipologie di Mamertino
Bianco Riserva, Rosso Riserva, Nero d'Avola
Riserva è previsto un invecchiamento di 24 mesi
di cui 6 in legno. Per tutti i tipi
l'affinamento in bottiglia è obbligatorio per 3
mesi prima della messa in commercio.
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Marsala
Doc
Il Marsala è un vino liquoroso di fama
internazionale prodotto in provincia di Trapani,
in una zona ideale per l'esposizione
all'irraggiamento solare e per la ricchezza dei
terreni, tanto da essere definita “Fascia del
Sole”. Anche in passato era conosciuto e
apprezzato oltralpe come testimonia un antico
documento del 1773, anno in cui partì dal porto
di Trapani un carico di botti di vino diretto
all’Inghilterra.
A seconda del grado di invecchiamento, i vini
Marsala si distinguono in Fine (un anno di
invecchiamento minimo), Superiore (2 anni di
invecchiamento minimo), Superiore Riserva
(minimo 4 anni), Vergine e/o Soleras (minimo 5
anni) e Vergine e/o Soleras Stravecchio o
Riserva (dieci anni minimo di invecchiamento).
Inoltre le varietà di uve Pignatello, Calabrese
e Nerello Mascalese sono riservate alla
preparazione del Marsala Rubino.
Come si consuma
Il Marsala è un vino da meditazione che può
essere degustato anche assieme a formaggi
erborinati, a dolci tipici siciliani come la
cassata, i cannoli e i frutti di Martorana. Va
servito in piccoli calici a una temperatura che
varia dai 12 ai 14°C.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Marsala è
sufficiente tenere il vino al buio, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Nella preparazione di questo vino, che è
considerato un “vino conciato” (cioè ottenuto
con l’aggiunta di mistella, mosto cotto e
alcol), a seconda delle diverse tipologie che si
vogliono ottenere, è ammessa l’aggiunta, al
mosto ottenuto con la pigiatura delle uve
diraspate, di particolari prodotti: il “sifone”
(ottenuto con aggiunta al mosto di alcol etilico
di origine viticola e/o di acquavite di vino),
il “mosto cotto” (ottenuto concentrando a fuoco
diretto il mosto d’uva fresco, con l’effetto di
ottenere colorazioni più scure, simili al
caramello). Quest’ultima aggiunta può essere
effettuata anche sui Marsala già idonei al
consumo, a condizione, però che siano sottoposti
a un periodo di affinamento di almeno un mese
prima della commercializzazione. Tutte le
tipologie devono essere sottoposte a un periodo
di invecchiamento minimo (compreso tra 1 anno
per la tipologia “Fine” e 10 anni per quella
“Vergine Stravecchio o Riserva”), che decorre
sempre dalla data di ultimazione delle
operazioni di concia; l’invecchiamento deve
avvenire in recipienti di legno, preferibilmente
di rovere o di ciliegio.
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Menfi
Doc
Il legame tra il vino e la storia di Menfi è
antico e indissolubile. Già Stefano di Bisanzio,
narrando dell’antica città sicana di lnyco,
sottolineava "l'eccellenza dei suoi vini".
Numerose anfore di epoca greca e romana
rinvenute sul territorio e in mare testimoniano,
inoltre, la presenza di una ricca produzione
vinicola e di un commercio fiorente. Questa Doc
comprende le seguenti tipologie: Bianco, Rosso,
Rosso Riserva, Chardonnay, Grecanico, Inzolia o
Ansonica, Vendemmia tardiva, Cabernet Sauvignon,
Merlot, Nero d’Avola, Sangiovese, Syrah, Feudo
dei Fiori, Bonera, Bonera Riserva.
Come si consuma
I bianchi della Doc Menfi si abbinano ad
antipasti di mare, involtini di melanzane,
cozze, pasta con le sarde e pesce alla griglia.
Vanno serviti in calici svasati a una
temperatura di 10-12 °C. I rossi si accompagnano
bene ai formaggi tipici siciliani come il
Ragusano e il Pecorino Siciliano semistagionato
e a secondi piatti quali gli involtini con
carciofi, il polpettone siciliano e le braciole
di vitello. Si consiglia di servirli in calici
bordolesi o ballon se più invecchiati a una
temperatura di 16 -18°C.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Menfi Doc è
sufficiente tenere il vino al buio, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Per le diverse tipologie di rosso il processo di
vinificazione prevede la fermentazione del mosto
a contatto con la vinaccia, che durante questa
fase rilascia parte delle sostanze in essa
contenute. La fermentazione può essere breve (2
o 3 giorni) per i vini rossi giovani o
prolungata (oltre 15 giorni) per quelli di
grande struttura destinati a un invecchiamento
più o meno lungo. Seguono la fase della
svinatura, con la separazione della vinaccia dal
mosto, i travasi, l’affinamento e
l’invecchiamento. Al termine del periodo di
invecchiamento che può essere anche molto
prolungato, il vino viene stabilizzato e,
infine, imbottigliato.
Il metodo di produzione del Menfi bianco e dei
monovarietali bianchi è tecnicamente molto più
delicato di quanto non sia la vinificazione in
rosso, in quanto i vini bianchi sono più
facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e
a fermentazioni anomale, nel caso che la loro
fermentazione non sia correttamente eseguita. La
vinificazione in bianco mira alla fermentazione
del mosto fuori dal contatto delle bucce. Il
mosto subisce poi la sfecciatura, processo con
cui si allontanano le particelle in sospensione;
si procede quindi con la solfitazione del mosto,
che viene lasciato a fermentare a una
temperatura che non deve superare i 20°C. Al
termine avviene la svinatura con i travasi che
consentono l’illimpidimento del vino. Ultimati i
travasi, il prodotto è pronto per
l’imbottigliamento.
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Monreale
Doc
La Doc Monreale prende il nome dall’omonimo
comune in provincia di Palermo, e la sua area di
produzione è situata in un vasto territorio
nell’ambito di questa stessa provincia. La Doc
comprende una grande varietà di vini. Oltre al
Monreale Bianco, Rosso e Rosato, sono presenti
anche le tipologie Ansonica o Inzolia,
Catarratto, Chardonnay, Grillo, Pinot Bianco,
Cabernet Sauvignon, Nero d’Avola, Merlot,
Perricone, Pinot Nero, Sangiovese, Syrah. Tutti
i vini bianchi vengono prodotti anche nelle
versioni Bianco Superiore e Vendemmia Tardiva,
mentre per i vini rossi sono previste le
versioni Novello e Riserva.
Come si consuma
I bianchi della Doc Monreale si accompagnano a
insalate di mare, involtini di melanzane, cozze,
pasta con le sarde e pesce alla griglia. Vanno
serviti in calici svasati a una temperatura di
10-12 °C. La versione Rosso si abbina
perfettamente con piatti a base di verdure, come
la caponata e le melanzane, con i formaggi
tipici siciliani come il Pecorino Siciliano
stagionato e con piatti a base di carne di
coniglio e capretto. Si consiglia di servirlo in
calici ballon a una temperatura di 18-20 °C. Il
Rosato si abbina perfettamente al salame Sant’Angelo,
alla provola, alla tuma e alla ricotta e si
serve in calici di media capacità a tulipano
ampio a 12-14°C.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Monreale Doc è
sufficiente tenere il vino al buio, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C; per impedire
che il tappo si asciughi, l’umidità deve
aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno
conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Per le diverse tipologie di rosso il processo di
vinificazione prevede la fermentazione del mosto
a contatto con la vinaccia, che durante questa
fase rilascia parte delle sostanze in essa
contenute. Seguono la fase della svinatura, con
la separazione della vinaccia dal mosto, i
travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Al
termine del periodo di invecchiamento che può
essere anche molto prolungato, il vino viene
stabilizzato e, infine, imbottigliato.
Il metodo di produzione del Monreale bianco e
dei monovarietali bianchi è tecnicamente molto
più delicato di quanto non sia la vinificazione
in rosso, in quanto i vini bianchi sono più
facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e
a fermentazioni anomale, nel caso che la loro
fermentazione non sia correttamente eseguita. La
vinificazione in bianco mira alla fermentazione
del mosto fuori dal contatto delle bucce. Il
mosto subisce poi la sfecciatura, processo con
cui si allontanano le particelle in sospensione;
si procede quindi con la solfitazione del mosto,
che viene lasciato a fermentare a una
temperatura che non deve superare i 20°C. Al
termine avviene la svinatura con i travasi che
ne consentono l’illimpidimento. Ultimati i
travasi, il prodotto è pronto per
l’imbottigliamento. La vinificazione del
Monreale Doc Rosato prevede la rottura
dell’acino e non dei raspi, che arricchirebbero
il mosto di quantitativi eccessivi di sostanze
coloranti e tanniche. Il mosto ottenuto viene
messo nei fermentini, dove subisce una breve
macerazione e una modesta solfitazione. Al
termine di queste operazioni, il vino viene
separato dalle vinacce con la svinatura e
sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato
e passato all’imbottigliamento.
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Moscato
di Noto Doc
Questo vino dovrebbe corrispondere al "Pollio"
(nome derivante da Pollio Argivo, regnante in
tempi lontanissimi a Siracusa), cioè quel vino
dolce che Plinio elogiava per le sue
caratteristiche organolettiche.
Ancora oggi il Moscato di Noto si produce in
alcuni comuni della provincia di Siracusa, ma
non va confuso con il Moscato di Siracusa, la
cui zona di produzione è situata più a nord. Si
produce nelle versioni Naturale, Spumante e
Liquoroso.
Come si consuma
Il Moscato di Noto Naturale si degusta come
aperitivo, mentre il Moscato di Noto Spumante si
abbina a dolci da forno. Vanno serviti
rispettivamente in calici di media capacità a
tulipano a 8°C e in flûte a 6-8°C. La versione
Liquoroso è da meditazione, ma si accompagna
perfettamente a formaggi erborinati e a dolci
tipici siciliani. Si consiglia di servirlo in
bicchieri di piccola capacità a una temperatura
di 12-14 °C.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Moscato di Noto
è sufficiente tenere il vino al buio, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Per la preparazione del Moscato di Noto nella
tipologia Liquoroso è necessaria la diraspatura
delle uve raccolte sia in epoca vendemmiale
normale che leggermente ritardata (uve
stramature); in alcuni casi si procede anche a
un parziale appassimento delle uve in locali
idonei. Le uve vengono quindi pigiate
sofficemente, e il mosto così ottenuto viene
sottoposto a parziale fermentazione alcolica,
stabilizzato e quindi mutizzato con aggiunta di
acquavite di vino. È previsto un affinamento
obbligatorio di cinque mesi a partire da quando
è stato “alcolizzato”.
La vinificazione della tipologia Spumante
prevede la tecnica di preparazione, conosciuta
come metodo “Charmat” o “Italiano”. Essa
consiste nella rifermentazione di un vino secco
con aggiunta di un certo quantitativo di
zucchero chiamato, appunto, sciroppo zuccherino
o liqueur de tirage o di zucchero naturale. Le
fasi che contraddistinguono questa metodologia
produttiva iniziano, quindi, con la pressatura
soffice delle uve intere alla quale segue la
vinificazione in bianco, con fermentazione
totale o parziale. Al termine della
fermentazione si effettua una stabilizzazione
del prodotto ottenuto, quindi si trasferisce il
prodotto in autoclave per la successiva
rifermentazione. Successivamente il vino
spumante così ottenuto viene refrigerato e
quindi filtrato per eliminare le particelle
presenti in sospensione o accumulate sul fondo
dell’autoclave, e poi, sempre a bassa
temperatura, indirizzato all’imbottigliamento.
Per questi vini, come per i vini frizzanti,
l’imbottigliamento è isobarico, cioè effettuato
in presenza di un gas a pressione contraria
rispetto a quella dell’anidride carbonica
contenuta nel vino.
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Moscato
di Siracusa Doc
Il Moscato di Siracusa secondo il celebre
storiografo ed enologo Saverio Landolina Nava
(1743-1814) sarebbe identificabile con l’antico
Pollio siracusano, ottenuto dall’uva Biblia (dai
monti Biblini, in Tracia) che fu introdotta a
Siracusa da Pollis, mitico tiranno della città.
Se così fosse, le sue origini risalirebbero al
VIII-VII secolo a.C., e il Moscato di Siracusa
potrebbe essere considerato il vino più antico
d'Italia.
Ancora oggi, seppur in quantità ridotte, questo
vino viene prodotto nel territorio comunale di
Siracusa con uve di Moscato Bianco sottoposte a
un leggero appassimento.
Come si
consuma
Il Moscato di Siracusa è un vino da dessert che
si accompagna a piccola pasticceria e a crostate
di frutta bianca. Va degustato in piccoli calici
a una temperatura di 10–12 °C.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Moscato di
Siracusa è sufficiente tenere il vino al buio, a
una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Per la preparazione del Moscato di Siracusa si
utilizzano uve di Moscato bianco sottoposte a
leggero appassimento. È necessario diraspare le
uve, siano queste stramature o più o meno
appassite, perché i raspi si presentano secchi e
quindi in grado di assorbire quantità sensibili
di alcol e conferire cattivi sapori; occorre
inoltre procedere a una pigiatura soffice. Alla
fase dell’ammostatura segue la fermentazione,
che si blocca naturalmente al raggiungimento di
una certa gradazione alcolica (che può essere
compresa tra i 14 e i 16°C) poiché, pur essendo
presenti ancora nel prodotto vinoso consistenti
quantitativi di zuccheri residui, i lieviti non
riescono più a trasformarli in alcol proprio per
l’elevata gradazione alcolica raggiunta. Il vino
così ottenuto viene quindi stabilizzato e può
essere imbottigliato.
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Riesi
Doc
Il Riesi Doc prende il nome dal comune di Riesi
in provincia di Caltanissetta, dove è
localizzata parte dell’area di produzione di
questa Doc. È presente nelle tipologie Bianco,
Rosso, Rosato, Superiore, Spumante e Vendemmia
tardiva.
Come si consuma
Il Riesi Doc Bianco si abbina con piatti a base
di pesce, in particolare molluschi, crostacei,
cozze. Va servito in calici di media capacità a
tulipano svasati a una temperatura di 8-10°C. La
versione Rosso si accompagna bene a formaggi
tipici siciliani come il Ragusano e il Pecorino
siciliano e a secondi con carni rosse. La
temperatura di servizio è di 16–18°C e si
consiglia di degustarlo in calici bordolesi. Il
Rosato può essere degustato assieme a primi
piatti con le sarde, ad antipasti di mare e
melanzane. Va servito in calici di media
capacità a tulipano ampi a una temperatura di
12-14°C. Il Riesi Doc Superiore si abbina a
piatti strutturati come il Ragusano, il Pecorino
siciliano, le braciole di vitello e gli
involtini con carciofi. Va servito in calici
ballon a 16-18°C. La tipologia Spumante va
degustata in flûte a 6-8°C come aperitivo e in
abbinamento ad antipasti a base di crostacei e
molluschi. Infine il Riesi Vendemmia Tardiva si
sposa perfettamente con formaggi erborinati e
piccola pasticceria. Si serve in piccoli calici
a una temperatura di 10-12 °C.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Riesi Doc è
sufficiente tenere il vino al buio, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Il processo di produzione del Riesi Rosso
prevede che la fermentazione del mosto avvenga a
contatto con la vinaccia, che durante questa
fase rilascia parte delle sostanze in essa
contenute, quali antociani e tannini. Seguono la
fase della svinatura, con la separazione della
vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e
l’invecchiamento che deve essere almeno di
quattro mesi. Per la tipologia Superiore è
previsto invece un invecchiamento obbligatorio
di due anni a decorrere dal 1° novembre
dell’anno della vendemmia, di cui sei mesi in
botti di legno. Al termine di questo periodo il
vino viene stabilizzato e, infine,
imbottigliato.
Il metodo di produzione del Riesi Bianco è
tecnicamente molto più delicato di quanto non
sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini
bianchi sono più facilmente soggetti ad
alterazioni microbiche e a fermentazioni
anomale, nel caso che la loro fermentazione non
sia correttamente eseguita. Essa mira alla
fermentazione del mosto fuori dal contatto delle
bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura,
processo con cui si allontanano le fecce, cioè
le particelle in sospensione; si procede quindi
con la solfitazione del mosto, che viene
lasciato a fermentare a una temperatura che non
deve superare i 20°C. Al termine avviene la
svinatura con i travasi che consentono l’illimpidimento
del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è
pronto per l’imbottigliamento.
Infine, la vinificazione del Riesi Doc Rosato
prevede la rottura dell’acino e non dei raspi,
che arricchirebbero il mosto di quantitativi
eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il
mosto ottenuto viene messo nei fermentini, dove
subisce una breve macerazione e una modesta
solfitazione. Al termine di queste operazioni,
il vino viene separato dalle vinacce con la
svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi
stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
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Sambuca
di Sicilia Doc
Questa Doc prende il nome dal comune di Sambuca
di Sicilia in provincia di Agrigento che è la
sola di produzione dei vini appartenenti a tale
denominazione.
I vigneti situati a una altitudine superiore ai
200 metri forniscono le uve per la produzione
del Sambuca Doc nelle seguenti tipologie:
Bianco, Rosso, Rosso Riserva, Rosato, Chardonnay
e Cabernet Sauvignon.
Come si consuma
Il Sambuca di Sicilia Bianco e lo Chardonnay si
abbinano con antipasti di mare, involtini di
melanzane, cozze, pasta con le sarde e pesce
alla griglia. Vanno serviti in calici di media
capacità a tulipano svasati a una temperatura di
8-10°C. Il Rosso e Cabernet Sauvignon si
accompagnano bene a formaggi tipici siciliani
come il Ragusano e il Pecorino siciliano
semistagionato e a secondi di carne come le
braciole di vitello e il polpettone siciliano.
La temperatura di servizio è di 16–18°C e si
consiglia di degustarli in calici bordolesi o
ballon per quelli più invecchiati. La tipologia
Rosato, infine, può essere degustata assieme a
primi piatti con le sarde, a antipasti di mare e
a melanzane. Va servito in calici ampi e aperti
a una temperatura di 13 -14 °C.
Come si conserva
Per conservare correttamente il Sambuca di
Sicilia Doc è sufficiente tenere il vino al
buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C
e, per impedire che il tappo si asciughi,
l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le
bottiglie vanno conservate in posizione
orizzontale su scaffalature di legno.
Come si produce
Il processo di produzione del Sambuca di
Sicilia Rosso prevede la fermentazione del mosto
a contatto con la vinaccia, che durante questa
fase rilascia parte delle sostanze in essa
contenute, quali antociani e tannini. Seguono la
fase della svinatura, con la separazione della
vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e
l’invecchiamento che deve essere almeno di sei
mesi. Per la tipologia Rosso Riserva è previsto
invece un invecchiamento obbligatorio di un
anno, di cui sei mesi in botti di legno. Al
termine di questo periodo il vino viene
stabilizzato e, infine, imbottigliato.
Il metodo di produzione del Sambuca di Sicilia
Bianco è tecnicamente molto più delicato di
quanto non sia la vinificazione in rosso, in
quanto i vini bianchi sono più facilmente
soggetti a alterazioni microbiche e a
fermentazioni anomale, nel caso che la loro
fermentazione non sia correttamente eseguita.
Essa mira alla fermentazione del mosto fuori dal
contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la
sfecciatura, processo con cui si allontanano le
particelle in sospensione; si procede quindi con
la solfitazione del mosto, che viene lasciato a
fermentare a una temperatura che non deve
superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura
con i travasi che ne consentono l’illimpidimento.
Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per
l’imbottigliamento.
Infine, la vinificazione del Sambuca di Sicilia
Rosato prevede la rottura dell’acino e non dei
raspi, che arricchirebbero il mosto di
quantitativi eccessivi di sostanze coloranti e
tanniche. Il mosto ottenuto viene messo in
recipienti detti fermentini, dove subisce una
breve macerazione e una modesta solfitazione. Al
termine di queste operazioni, il vino viene
separato dalle vinacce con la svinatura e
sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato
e passato all’imbottigliamento.
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Moscato
di Pantelleria e Passito di Pantelleria Doc
Questo vino è prodotto da tempo immemorabile
nell’isola di Pantelleria dalla varietà di uva
Zibibbo e vanta una storia costellata di
importanti riconoscimenti. Premiato nel 1900
all'Esposizione di Parigi, nel 1936 fu inserito
tra i vini tipici italiani per il suo "aroma
delicato e fine e per il suo sapore vellutato,
dolce, carezzevole, generoso", e già nel 1971,
terzo tra i vini siciliani, ottenne la Doc. La
sua assoluta bontà ha alimentato negli anni
curiose leggende, come quella della dea Tanit
che si finse coppiera degli dei e sostituì
all’ambrosia, bevanda abituale dell’Olimpo, il
mosto delle vigne di Pantelleria, riuscendo a
conquistare Apollo di cui era invaghita.
Questo vino è prodotto nelle tipologie Bianco,
Moscato, Passito, Moscato Dorato, Moscato
Liquoroso, Moscato Spumante, Passito liquoroso e
Zibibbo Dolce.
Come si consuma
Il Pantelleria Bianco va degustato come
aperitivo in calici flûte a una temperatura di
6-8°C. Il Moscato di Pantelleria si accompagna a
dolci da forno e pasticceria secca. Si consiglia
di servirlo in coppe a una temperatura di 6-8°C.
Il Passito di Pantelleria si sposa a perfezione
con formaggi erborinati, con la cassata
siciliana e con i baci panteschi, e va servito a
10-12 °C in calici di media capacità a tulipano.
Il Pantelleria Moscato Liquoroso e il Passito
Liquoroso sono vini da meditazione che possono
essere degustati anche assieme a formaggi
erborinati e a dolci tipici siciliani come la
cassata e vanno serviti calici di piccola
capacità a tulipano a 12-14°C. Il Moscato
Spumante si abbina a dolci da forno e va servito
in ampi ballon a 18–20°C. Infine il Pantelleria
Zibibbo Dolce va degustato insieme alla
pasticceria secca in coppe larghe a una
temperatura di 18–20°C
Come si conserva
Per conservare correttamente i vini di questa
Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C e, per
impedire che il tappo si asciughi, l’umidità
deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie
vanno conservate in posizione orizzontale su
scaffalature di legno.
Come si produce
Per la produzione della tipologia Moscato di
Pantelleria è prevista l’aggiunta di uva
leggermente appassita nel corso della prima
fermentazione o dopo di essa, su un prodotto
base avente una gradazione alcolica complessiva
minima naturale di almeno 14,5°C. L’appassimento
delle uve deve avvenire al sole sia sulla pianta
che dopo la raccolta. Il resto del processo è
comune agli altri vini passiti: è necessario
diraspare le uve, siano queste stramature o più
o meno appassite, perché i raspi si presentano
secchi e quindi in grado di assorbire quantità
sensibili di alcol e conferire cattivi sapori.
Si procede quindi con una pigiatura soffice.
Alla fase dell’ammostatura segue la
fermentazione, che si blocca naturalmente al
raggiungimento di una certa gradazione alcolica
poiché, pur essendo presenti ancora nel prodotto
vinoso consistenti quantitativi di zuccheri
residui, i lieviti non riescono più a
trasformarli in alcol, proprio per l’elevata
gradazione alcolica già raggiunta. Il vino così
ottenuto viene quindi stabilizzato e
imbottigliato.
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Santa
Margherita di Belice Doc
Il Santa Margherita di Belice è una tra le più
recenti Doc riconosciute in Sicilia ed è
riservata ai vini bianchi e rossi ottenuti dalle
uve dei vigneti appartenenti al territorio dei
comuni di Santa Margherita di Belice e Montevago,
in provincia di Agrigento.
Come si consuma
Le diverse tipologie di bianco di questa Doc si
accompagnano bene ad antipasti di mare, pesce
alla griglia e pasta con le sarde. Vanno serviti
in calici di media capacità a tulipano svasati a
una temperatura di 8-10°C. I vini rossi si
addicono, invece, a piatti abbastanza
strutturati, tra i quali si segnalano in
particolare le braciole di vitello, il
polpettone siciliano e i formaggi tipici
siciliani come il Ragusano e il Pecorino semi
stagionato. Si consiglia di servirli in calici
bordolesi a una temperatura compresa tra i 18 e
i 20 °C.
Come si conserva
Le norme per una corretta conservazione del
Santa Margherita di Belice Doc prescrivono di
conservare il vino in posizione orizzontale su
scaffalature di legno, in ambienti bui, a una
temperatura costante fra 10 e 15°C. È inoltre
importante che l’umidità si aggiri intorno al
70-75%, per impedire che il tappo si asciughi.
Come si produce
Il processo di vinificazione dei rossi
appartenenti a questa Doc prevede che la
fermentazione del mosto avvenga a contatto con
la vinaccia. La vinaccia durante questo fase
rilascia, infatti, parte delle sostanze in essa
contenute, quali antociani e tannini. Le fasi
successive sono quelle della svinatura, con la
separazione della vinaccia dal mosto, i travasi,
l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine di
questo periodo i vini vengono stabilizzati e,
infine, imbottigliati.
La vinificazione dei bianchi prevede al
contrario che la fermentazione del mosto avvenga
fuori dal contatto delle bucce. Tecnicamente il
processo produttivo dei bianchi è molto più
delicato di quanto non sia la vinificazione in
rosso, in quanto i vini bianchi sono più
facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e
a fermentazioni anomale, nel caso che la loro
fermentazione non sia correttamente eseguita. La
pigiatura non sempre viene effettuata e spesso
viene operata la pressatura su uve intere che
serve, in sostanza, per separare il mosto dalle
bucce e dalle altre parti solide. Alla
pressatura segue la sfecciatura del mosto, che
consiste nell’allontanamento delle particelle in
sospensione, poi la solfitazione con anidride
solforosa e infine la fermentazione che non deve
superare i 20 °C. Al termine avviene la
svinatura con i travasi che consentono l’illimpidimento
del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è
pronto per l’imbottigliamento. |
Sciacca
Doc
La denominazione di origine Sciacca è riservata
a una grande varietà di vini da pasto bianchi,
rossi e rosati prodotti nell’intero territorio
di Sciacca (da cui il nome) e di Caltabbellota,
in provincia di Agrigento, ottenuti attraverso
una sapiente combinazione di uve di vitigni
autoctoni, come Inzolia, Catarratto, Grecanico e
Nero d’Avola e quelle di vitigni
“internazionali” come Chardonnay, Cabernet
Sauvignon, Merlot, Sangiovese
Come si consuma
Le diverse tipologie di bianco di questa Doc si
accompagnano bene ad antipasti di mare, pesce
alla griglia e pasta con le sarde. Vanno
degustati in calici di media capacità a tulipano
svasati a 8-10°C. I rossi si addicono a piatti
abbastanza strutturati, tra i quali si segnalano
in particolare le braciole di vitello, il
polpettone siciliano e i formaggi tipici
siciliani come il Ragusano e il Pecorino semi
stagionato. Si consiglia di servirli in calici
bordolesi o ballon se più invecchiati a una
temperatura compresa tra i 18 e i 20°C. Lo
Sciacca Doc Rosato va degustato, invece, in
calici ampi a tulipano di media capacità a
12-14°C, in abbinamento con antipasti, zuppe di
pesce e frittate. Infine il Riserva Rayana si
sposa a perfezione con il pesce spada, il tonno
e la pasta alla Norma.
Come si conserva
Le norme per una corretta conservazione dello
Sciacca Doc prescrivono di conservare il vino in
posizione orizzontale su scaffalature di legno,
in ambienti bui, ad una temperatura costante fra
10 e 15°C. È inoltre importante che l’umidità si
aggiri intorno al 70-75%, per impedire che il
tappo si asciughi.
Come si produce
Il processo di vinificazione dei rossi
appartenenti a questa Doc prevede che la
fermentazione del mosto avvenga a contatto con
la vinaccia. La vinaccia durante questa fase
rilascia, infatti, parte delle sostanze in essa
contenute, quali antociani e tannini. Il
processo di fermentazione ha durata variabile:
da 2 a 3 giorni per i vini rossi giovani, oltre
i 15 giorni per quelli di grande struttura
destinati a un invecchiamento più o meno lungo.
Le fasi successive sono quelle della svinatura,
con la separazione della vinaccia dal mosto, i
travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Per
il Rosso Riserva l’affinamento deve essere di
due anni di cui almeno uno in botti di legno. Al
termine di questo periodo, i vini vengono
stabilizzati e, infine, imbottigliati.
La vinificazione dei bianchi prevede al
contrario che la fermentazione del mosto avvenga
fuori dal contatto delle bucce. Tecnicamente il
processo produttivo dei bianchi è molto più
delicato di quanto non sia la vinificazione in
rosso, in quanto i vini bianchi sono più
facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e
a fermentazioni anomale, nel caso che la loro
fermentazione non sia correttamente eseguita.
Generalmente viene operata la pressatura su uve
intere che serve, in sostanza, per separare il
mosto dalle bucce e dalle altre parti solide,
riducendo al minimo la lacerazione delle bucce.
Alla pressatura segue la sfecciatura del mosto,
che consiste nell’allontanamento delle
particelle in sospensione, la solfitazione con
anidride solforosa e la fermentazione che non
deve superare i 20°C. Al termine avviene la
svinatura con i travasi che consentono l’illimpidimento
del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è
pronto per l’imbottigliamento. Nel caso della
tipologia Riserva Rayana è previsto invece un
affinamento obbligatorio di due anni di cui
almeno uno in botti di legno. La vinificazione
dello Sciacca Doc Rosato, infine, prevede la
rottura dell’acino e non dei raspi, che
arricchirebbero il mosto di quantitativi
eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il
mosto ottenuto viene messo nei fermentini, dove
subisce una breve macerazione e una modesta
solfitazione. Al termine di queste operazioni,
il vino viene separato dalle vinacce con la
svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi
stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
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