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Prodotti Tipici Siciliani - Vini
Alcamo Doc

Del vino di Alcamo si ha notizia già nel 1549, quando uno dei sommelier della Santa Sede lo inserì tra i vini più pregiati del tempo. Tuttavia è solo a partire dal 1800 che la sua notorietà si diffonde oltre i confini regionali, costituendo un elemento di forte richiamo del territorio. La Doc Alcamo comprende pregiati vini bianchi, rossi e rosati.

Come si consuma
L’Alcamo bianco si accompagna bene a minestre dense di verdura, paste asciutte con sughi di pesce, pesce azzurro e di lago al forno o alla griglia, frittate contadine e formaggi ovini freschi. Viene servito a 12-14°C, in un calice svasato in modo da permettere una maggiore concentrazione dei profumi e va consumato preferibilmente entro un anno dalla vendemmia. Il rosso va servito in calici per vini rossi giovani ad una temperatura di 16–18°C e bevuto entro due–tre anni dalla vendemmia. E' indicato assieme a formaggi stagionati, come il pecorino, a piatti a base di carne di agnello e a salumi.

Come si conserva
Le regole per una corretta conservazione di questo vino sono poche: le bottiglie vanno tenute, coricate, in scaffalature di legno, perché questo materiale attutisce i colpi e le vibrazioni; devono essere conservate al buio, a temperatura costante fra 10 e 15°C e con un’umidità intorno al 70-75%, in modo che il tappo non si asciughi.

Come si produce
Per ottenere l’Alcamo Doc bianco si procede con la vinificazione in bianco, che mira all’immediata estrazione del succo dal frutto, in maniera che la fermentazione riguardi solo la parte liquida.
Si tratta di un processo tecnicamente molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini bianchi sono più facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale. Ciò si può ottenere solo gestendo correttamente il processo produttivo, partendo da uve raccolte perfettamente sane, prive di attacchi parassitari, selezionate e vendemmiate in modo da conciliare una sufficiente gradazione alcolica con un buon livello di acidità.
 
Cerasuolo di Vittoria Doc

Il Cerasuolo di Vittoria è un vino rosso che si produce in un'ampia area della provincia di Ragusa e in parte delle province di Caltanissetta e Catania. Si tratta di una zona di antichissima vocazione vitivinicola, come testimoniano numerosi documenti risalenti anche al III secolo a.C.
Tuttavia la data di nascita del Cerasuolo di Vittoria nella tipologia attuale è molto posteriore: coincide con la fondazione della città di Vittoria, avvenuta nel 1606; la fondatrice della città regalò infatti in quell’anno un ettaro di terra a ciascun colono a condizione che ne coltivasse un altro a vigneto. Fu nel 1933 invece, in occasione della Mostra mercato di Siena, che il Cerasuolo venne immesso per la prima volta sul mercato nazionale.

Come si consuma
Il Cerasuolo di Vittoria Doc si abbina bene con arrosti di carni bianche e rosse, brasati di manzo, selvaggina minuta allo spiedo e formaggi piccanti stagionati. Va servito a una temperatura di 18-20°C, in calici ballon, che permettono di ossigenarlo adeguatamente attraverso un movimento rotatorio. È un vino importante da pasto, adatto a un grandissimo invecchiamento (sino a 30 anni). I più raffinati intenditori, contrariamente a ogni canone, lo consigliano come aperitivo proprio quando è molto vecchio.

Come si conserva
Per conservare correttamente il Cerasuolo di Vittoria Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C; per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce
La vinificazione del Cerasuolo di Vittoria Doc consente la fermentazione del mosto a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia parte delle sostanze in essa contenute, quali antociani e tannini. Durante la svinatura la vinaccia viene separata dal mosto. Dopo i travasi, si procede all’affinamento e a un periodo di invecchiamento obbligatorio di 7 mesi. Seguono poi la stabilizzazione e l’imbottigliamento.
 
Contea di Sclafani Doc

Il Contea di Sclafani Doc prende il nome dal comune di Sclafani Bagni che è anche fulcro della zona di produzione di questa Doc. Secondo la tradizione il nome Sclafani deriva dal greco Esculapifanum, che significa "sacro ad Esculapio", forse per la presenza sul posto di un tempio dedicato a questo dio. E l’origine di questo vino potrebbe essere effettivamente greca, come confermano alcuni importanti ritrovamenti.
La Doc comprende le seguenti tipologie: Bianco, Rosso, Rosato, Ansonica, Catarratto, Chardonnay, Grecanico, Grillo, Pinot Bianco, Nerello Mascalese, Sauvignon, Cabernet Sauvignon, Merlot, Nero d'Avola, Perrione, Pinot nero, Sangiovese, Syrah, Dolce, Dolce vendemmia tardiva, Novello.

Come si consuma
Il Contea di Sclafani Bianco e i vini monovarietali bianchi rientranti in questa Doc si abbinano ad antipasti, piatti a base di pesce e a base di uova e vanno serviti a una temperatura di 8-12 °C in calici svasati. La versione Rosso e i vini monovarietali rossi vanno degustati assieme a preparazioni abbastanza strutturate, in particolare secondi di carne, grigliate, salumi piccanti e cacciagione e vanno serviti a una temperatura di 16 -18 °C in calici ballon, mentre la versione Rosato si accompagna bene con salumi, secondi di carne, verdure e formaggi freschi e va servito in calici ampi a una temperatura di 12-14 °C. Il Contea di Sclafani Spumante Bianco o Rosato si sposa perfettamente con ostriche e antipasti di pesce e si consiglia di servirlo a una temperatura di 8-10°C in bicchieri flûte. La tipologia Dolce e Dolce Vendemmia tardiva va servito a fine pasto in calici piccoli a 12-14°C. Il Novello infine va abbinato con primi, carni bianche, torte di verdura, salumi e formaggi freschi, servito in calici allungati a una temperatura di 14 -16 C°.

Come si conserva
Per conservare correttamente il Contea di Sclafani Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce
Per i vini rossi la fermentazione del mosto avviene a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia parte delle sostanze in essa contenute, quali antociani e tannini. Questa operazione può essere breve (2 o 3 giorni) per i vini rossi giovani o prolungata (oltre 15 giorni) per quelli di grande struttura destinati a un invecchiamento più o meno lungo. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine di questo periodo, che può essere anche molto prolungato, i rossi vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati.
Il metodo di produzione dei bianchi è tecnicamente molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto sono più facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso in cui la loro fermentazione non sia correttamente eseguita. Generalmente essa mira alla fermentazione del mosto fuori dal contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura, processo con cui si allontanano le particelle in sospensione; si procede quindi con la solfitazione del mosto, che viene lasciato a fermentare a una temperatura che non deve superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura con i travasi che consentono l’illimpidimento del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per l’imbottigliamento. La vinificazione del Contea di Sclafani Doc Rosato prevede la rottura dell’acino e non dei raspi, che arricchirebbero il mosto di quantitativi eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il mosto ottenuto viene messo in recipienti detti fermentini, dove subisce una breve macerazione e una modesta solfitazione. Al termine di queste operazioni, il vino viene separato dalle vinacce con la svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
 
Contessa Entellina Doc

Il Contessa Entellina Doc prende il nome dal comune di Contessa Entellina che è anche la zona esclusiva di produzione di questa Doc. Su questo territorio sorgeva la città di Entella (Anthilia) che, con Erice e Segesta, fu fondata tra il VI e il V secolo a.C. dagli Elimi, antica popolazione le cui origini sono tuttora avvolte nel mistero. Certo è invece il legame tra questa civiltà e l’arte della vinificazione, come documentano numerose testimonianze tra le quali monete riproducenti grappoli d’uva e fonti latine che attestano una produzione vinicola molto apprezzata nell’antichità.
Questa Doc è prodotta nelle tipologie Bianco, Rosso, Rosato, Ansonica, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Grecanico, Merlot, Pinot nero, Sauvignon, Rosso Riserva, Vendemmia tardiva.

Come si consuma
Il Contessa Entellina Doc Bianco e i monovarietali bianchi si abbinano ad antipasti, primi e secondi a base di pesce e alle uova cucinate in vari modi; vanno serviti a una temperatura tra gli 8 e i 12 °C in calici svasati per vini bianchi giovani. La versione Rosso e i monovarietali rossi vanno degustati assieme a primi piatti abbastanza strutturati, come la pasta al forno, o con preparazioni a base di carne, grigliate, salumi e formaggi. La temperatura ottimale per la somministrazione è di 16-18 °C e il calice adatto è il bordolese o il ballon a seconda dell’invecchiamento. La versione Rosato, infine, si accompagna bene con salumi, primi e, secondi di carne, verdure e formaggi freschi e va servito in calici ampi a una temperatura di 12-14 °C.

Come si conserva

Per conservare correttamente il Contessa Entellina Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C. Per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce
Per i vini rossi la fermentazione del mosto avviene a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia antociani e tannini, e può essere breve (2 o 3 giorni) per i vini rossi giovani o prolungata (oltre 15 giorni) per quelli di grande struttura destinati a un invecchiamento più o meno lungo. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine di questo periodo, che può essere anche molto prolungato, vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati.
Il metodo di produzione dei bianchi è tecnicamente molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini bianchi sono più facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso che la loro fermentazione non sia correttamente eseguita. Generalmente essa mira alla fermentazione del mosto fuori dal contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura, processo con cui si allontanano le particelle in sospensione; si procede quindi con la solfitazione del mosto, che viene lasciato a fermentare a una temperatura che non deve superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura con i travasi che consentono l’illimpidimento del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per l’imbottigliamento. La vinificazione del Contessa Entellina Doc Rosato prevede la rottura dell’acino e non dei raspi, che arricchirebbero il mosto di quantitativi eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il mosto ottenuto viene messo nei fermentini, dove subisce una breve macerazione e una modesta solfitazione. Al termine di queste operazioni, il vino viene separato dalle vinacce con la svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
 
Delia Nivolelli Doc

Il Delia Nivolelli Doc viene prodotto in parte del territorio dei comuni di Mazara del Vallo, Marsala, Petrosino e Salemi, in provincia di Trapani.
Questa zona, fertile e pianeggiante, si trova in una posizione che sembra predestinarla a un rapporto privilegiato con i paesi del Nord-Africa; divenuta famosa per gli scambi all’epoca dei Fenici e per la sua conquista da parte degli arabi, è ricca di significativi monumenti, nel contesto del ricco patrimonio paesaggistico, archeologico e monumentale della provincia di Trapani.
Questa Doc comprende le tipologie Bianco, Rosso, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Damaschino, Grecanico, Grillo, Inzolia, Merlot, Muller Thürgau, Nero d’Avola, Pignatello o Perricone, Sangiovese, Sauvignon, Spumante, Syrah.

Come si consuma
I bianchi della Doc Delia Nivolelli vanno degustati come aperitivi, assieme ad antipasti a base di pesce, frittate e torte di verdura e vanno serviti in calici svasati a una temperatura di 10-12 °C. I rossi si accompagnano bene a piatti abbastanza strutturati come secondi di carne e cacciagione. La temperatura ottimale di servizio è di 16-18 °C e il calice adatto è quello allungato se sono vini giovani o il ballon se sono più invecchiati. Il Delia Nivolelli Spumante si sposa a perfezione con antipasti di pesce e ostriche e va servito in bicchieri flûte a 8 -10 °C.

Come si conserva

Per conservare correttamente il Delia Nivolelli Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce

Per i vini rossi la fermentazione del mosto avviene a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia parte delle sostanze in essa contenute, quali antociani e tannini e può essere breve (2 o 3 giorni) per i vini rossi giovani o prolungata (oltre 15 giorni) per quelli di grande struttura destinati a un invecchiamento più o meno lungo. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento; al termine di questo periodo che può essere anche molto prolungato i vini vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati.
Il metodo di produzione dei bianchi è tecnicamente molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini bianchi sono più facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso che la loro fermentazione non sia correttamente eseguita. Generalmente essa mira alla fermentazione del mosto fuori dal contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura, processo con cui si allontanano le particelle in sospensione; si procede quindi con la solfitazione del mosto, che viene lasciato a fermentare a una temperatura che non deve superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura con i travasi che ne consentono l’illimpidimento. Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per l’imbottigliamento.
La vinificazione del Delia Nivolelli Doc Spumante prevede la tecnica di preparazione, conosciuta come metodo “Charmat” o “Italiano”. Essa consiste nella rifermentazione di un vino secco con aggiunta di un certo quantitativo di zucchero chiamato, appunto, sciroppo zuccherino o liqueur de tirage o di zucchero naturale Le fasi che contraddistinguono questa metodologia produttiva iniziano, quindi, con la pressatura soffice delle uve intere alla quale segue la vinificazione in bianco, con fermentazione totale o parziale. Al termine della fermentazione si effettua una stabilizzazione del prodotto ottenuto, quindi si trasferisce il prodotto in autoclave per la successiva rifermentazione. Successivamente il vino spumante così ottenuto viene refrigerato e quindi filtrato, per eliminare le particelle presenti in sospensione o accumulate sul fondo dell’autoclave, e poi, sempre a bassa temperatura, indirizzato all’imbottigliamento. Per questi vini, come per i vini frizzanti, l’imbottigliamento è isobarico, cioè effettuato in presenza di un gas a pressione contraria rispetto a quella dell’anidride carbonica contenuta nel vino.
 
Eloro Doc

L’Eloro Doc prende il nome dalla cittadina di Eloro, in provincia di Siracusa, uno degli spunti panoramici più belli dell'intero litorale del Golfo di Noto, nonché sito archeologico di rilievo per le importanti testimonianze della civiltà greca. A dare un notevole impulso alla viticoltura locale furono proprio i coloni Greci che in provincia di Siracusa producevano un vino pregiato detto Pollio.
L’Eloro Doc viene prodotto nelle tipologie Rosso, Rosato, Frappato, Nero d’Avola, Pachino, Pignatello.

Come si consuma
L’Eloro Doc Rosso si accompagna a secondi di carne e selvaggina e va servito in calici ballon a una temperatura di 18-20°C. L’Eloro Doc Rosato si abbina bene con primi piatti, carni bianche, frittate e torte di verdura. Si consiglia di servirlo in calici ampi e aperti a una temperatura di 14-16°C. L’Eloro Doc Pachino va degustato assieme a secondi di carne importanti e cacciagione, in calici ballon a 18-20°C.

Come si conserva
Per conservare correttamente l’Eloro Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce

Il processo di vinificazione dell’Eloro Doc Rosso e delle altre tipologie di rosso prevede la fermentazione del mosto a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia antociani e tannini. Il processo di fermentazione ha durata variabile: da 2 a 3 giorni per i vini rossi giovani, oltre i 15 giorni per quelli di grande struttura destinati a un invecchiamento più o meno lungo. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine di questo periodo, che può essere anche molto prolungato, i vini vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati.
La vinificazione dell’Eloro Doc Rosato prevede la rottura dell’acino e non dei raspi, che arricchirebbero il mosto di quantitativi eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il mosto ottenuto viene messo nei fermentini, dove subisce una breve macerazione e una modesta solfitazione. Al termine di queste operazioni, il vino viene separato dalle vinacce con la svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
 
Etna Doc

I preziosi vigneti dell’Etna crescono su terreni desertici e sabbiosi, ma sono capaci di produrre grappoli più turgidi e sapori più ricchi di sfumature e tonalità. Ciò era noto evidentemente anche alle civiltà del passato, viste le origini antichissime della viticoltura della zona. Ne abbiamo notizia dal poeta Teocrito nel III secolo a.C. e ulteriore conferma da alcune monete del V secolo a.C. giunte fino a noi. Il vino dell'Etna, nelle sue tipologie Rosso, Rosato, Bianco e Bianco superiore, è stato, inoltre, il primo vino siciliano da tavola a ottenere il riconoscimento della denominazione di origine.

Come si consuma

L’Etna Doc Bianco si accompagna ad antipasti di mare, involtini di melanzane, cozze, pasta con le sarde, grigliate di pesce e va servito in calici di media capacità a tulipano svasati a una temperatura di 8-10°C. Le tipologie Rosso e Rosato si abbinano bene con primi piatti, secondi di carne, grigliate e formaggi tipici siciliani quali il Ragusano e il Pecorino Siciliano. Si consiglia di servire il primo in calici bordolesi e il secondo in calici di media capacità a tulipano ampi a una temperatura di rispettivamente di 16-18°C e 13-14°C.

Come si conserva

Per conservare correttamente l’Etna Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce

Il processo di vinificazione dell’Etna Doc Rosso prevede la fermentazione del mosto a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia antociani e tannini. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine di questo periodo, che può essere anche molto prolungato, i vini vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati.
Il metodo di produzione dell’Etna Doc Bianco è tecnicamente molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini bianchi sono più facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso che la loro fermentazione non sia correttamente eseguita. Essa mira alla fermentazione del mosto fuori dal contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura, processo con cui si allontanano le fecce, cioè le particelle in sospensione; si procede quindi con la solfitazione del mosto, che viene lasciato a fermentare a una temperatura che non deve superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura con i travasi che ne consentono l’illimpidimento. Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per l’imbottigliamento.
Infine, la vinificazione dell’Etna Doc Rosato prevede la rottura dell’acino e non dei raspi, che arricchirebbero il mosto di quantitativi eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il mosto ottenuto viene messo in recipienti chiamati fermentini, dove subisce una breve macerazione e una modesta solfitazione. Al termine di queste operazioni, il vino viene separato dalle vinacce con la svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
 
Faro Doc

Il Faro Doc è un vino rosso prodotto nelle colline sovrastanti lo stretto di Messina, altra area della Sicilia che vanta un’antichissima vocazione vitivinicola. Le sue origini possono essere ricondotte all'età Micenea (XIV secolo a.C. circa), come attestano alcuni reperti rinvenuti soprattutto nelle isole Eolie, ma è con l’età romana che i vini di Messina ricevono la prima consacrazione ufficiale. Lo dimostra il fatto che Giulio Cesare brindò alla festa del suo trionfo al Terzo Consolato proprio con un vino messinese, il Mamertino.

Come si consuma

Il Faro Doc si sposa perfettamente con il Ragusano, il Pecorino Siciliano stagionato, il polpettone, le braciole di vitello, il capretto messinese e il montone al forno. Si consiglia di servirlo in calici ballon ad una temperatura di16 -18°C.

Come si conserva

Per conservare correttamente il Faro Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce

Il processo di vinificazione del Faro Doc prevede la fermentazione del mosto a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia parte delle sostanze in essa contenute, quali antociani e tannini. Il processo di fermentazione dura generalmente oltre i 15 giorni. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento obbligatorio di un anno. Al termine di questo periodo il vino viene stabilizzato ed, infine, imbottigliato.
 
Malvasia delle Lipari Doc

La Malvasia della Lipari, di cui esistono tre tipologie, una da pasto e due da fine pasto, è annoverata tra i più antichi e pregiati vini di Sicilia. Probabilmente introdotta dai Greci, come scrive Diodoro Siculo nel I secolo a.C., questo vino nasce nelle isole Eolie in cui la viticoltura vanta origini ben più remote. Molto curiosa è invece l’origine del termine "malvasia" nelle Lipari. Un’antica leggenda cristiana, risalente all’epoca della dominazione musulmana, racconta di un povero contadino del posto, intento a portare un'anfora di vino moscato. Questi, incontrato lungo la strada il tirannico governatore arabo dell'isola che pretendeva di vedere cosa avesse sotto il mantello, rispose che portava solo succo di malva e, pregando il Signore affinché trasformasse il vino in malva, lo invocò così: "malva sia". La preghiera fu ascoltata e un’espressione di disgusto segnò il volto del tiranno mentre beveva il contenuto dell’anfora.
Nell’opera “La vita errante” il grande romanziere francese Guy de Maupassant così descrive il vino Malvasia delle Lipari: "Sembra sciroppo di zolfo. È proprio il vino dei vulcani, denso, zuccherato, dorato e con un tale sapore di zolfo che vi rimane al palato fino a sera: il vino del diavolo".

Come si consuma
La Malvasia delle Lipari è un vino da meditazione che può essere degustato anche assieme a formaggi erborinati, a dolci tipici siciliani come la cassata e i cannoli, e alla pasticceria secca. Va servito in piccoli calici che permettono la concentrazione dei profumi e degli aromi a una temperatura di 16 -18°C.

Come si conserva
Per conservare correttamente la Malvasia delle Lipari Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce
Il metodo di produzione del Malvasia delle Lipari Doc nella versione da pasto segue il processo di vinificazione in bianco, con fermentazione del solo mosto, privo cioè delle parti solide. A differenza di una normale vinificazione in bianco viene però aggiunto un quantitativo variabile di zucchero al fine di garantire una maggiore dolcezza al prodotto finale. La metodologia produttiva della variante Passito prevede una vinificazione delle uve appassite, in tutto o in parte o sulla pianta (vendemmia tardiva) o dopo la raccolta (anche all’aria o in locali idonei). Per la produzione di tutte le tipologie di vini passiti è, comunque, necessario diraspare le uve, perché i raspi si presentano secchi e quindi in grado di assorbire quantità sensibili di alcol e conferire cattivi sapori, quindi procedere a una pigiatura soffice. Alla fase dell’ammostatura segue la fermentazione, che si blocca naturalmente al raggiungimento di un’alta gradazione alcolica. Il vino così ottenuto viene quindi stabilizzato (il passito Dolce naturale subisce anche un affinamento obbligatorio di nove mesi) e viene successivamente imbottigliato. Analogamente al vino passito, anche per la preparazione della tipologia Liquoroso è necessaria la diraspatura delle uve raccolte sia in epoca vendemmiale normale che leggermente ritardata (uve stramature); in alcuni casi si procede anche a un parziale appassimento delle uve in locali idonei. Le uve vengono quindi pigiate sofficemente, e il mosto così ottenuto viene sottoposto a parziale fermentazione alcolica, stabilizzato e quindi mutizzato con aggiunta di alcol di origine viticola e/o acquavite di vino. Al termine di un affinamento di sei mesi, il prodotto è pronto per essere imbottigliato.
 
Mamertino di Milazzo Doc

La viticoltura alle falde dell’Etna e nella zona Agrigentina, secondo alcuni storici, risalirebbe a prima dei Fenici. Ritrovamenti di viti cosiddette “ampelidi” dimostrano la presenza della vite selvatica sull'isola, già milioni di anni fa. Si hanno testimonianze storiche sulla produzione del vino Mamertino già nel 289 A.C., quando i Mamertini piantarono nel territorio di Milazzo “una pregevole vite per la produzione di un pregevole vino". Tale era la bontà di questo vino già all’epoca romana che, si narra, venne offerto da Giulio Cesare in occasione del banchetto per celebrare il suo terzo consolato poi raccontato anche nel "De Bello Gallico".
Decantato per la sua bontà dagli stessi Stradone e Plinio, il Mamertino già secoli fa era considerato uno dei migliori vini in commercio.
Le condizioni climatiche peculiari del luogo particolarmente favorevoli per una corretta maturazione delle uve, hanno reso questo territorio fortemente vocato alla coltivazione, inizialmente sperimentale, poi sempre più praticata, anche di vitigni alloctoni come Chardonnay, Cabernet, Syrah, Merlot, ecc…. Tuttavia oggi sono soprattutto i vitigni autoctoni, come il Nero d’Avola, che stanno ricompensando sempre più produttori con la messa in commercio di vini di gran pregio. Questa Doc comprende le varietà di vino: Bianco, Bianco Riserva, Rosso, Rosso Riserva, Calabrese o Nero d’Avola, Calabrese o Nero d’Avola Riserva, Grillo-Ansonica.

Come si consuma

Il Mamertino di Milazzo Bianco Doc si sposa con antipasti leggeri di mare, con secondi di pesce grigliato e marinato e con risotti conditi con sughi di pesce. La temperatura di degustazione è di 8-10 °C e va servito in calice a media capacità a tulipano svasato.
Il Mamertino Bianco Riserva Doc è ideale accostato con fritture saporite, con zuppe e intigoli di pesce. Se ne consiglia la degustazione anche assieme a secondi di carne bianca, come pollame, coniglio e frattaglie. Per questo vino la temperatura di degustazione è di 10-12 °C e il calice adatto è a media capacità a tulipano ampio.
Il Mamertino di Milazzo Rosso Doc trova ideale abbinamento assieme a piatti più elaborati come primi conditi con ragù di carne e secondi di carni rosse, sia lessate che grigliate. È ottimo anche accompagnato con formaggi stagionati. Va servito in calice bordolese ad una temperatura di degustazione di 14-16 °C.
Il Mamertino Rosso Riserva Doc si sposa con arrosti di carni rosse, grigliate, stracotti e stufati, ma esprime al meglio le sue caratteristiche organolettiche se abbinato alla selvaggina sia di pelo che con piuma. Va degustato a 16-18 °C in calice ballon.
Il Mamertino Nero d’Avola e Nero d’Avola Riserva Doc è ottimo accompagnato a formaggi stagionati come il pecorino siciliano o il tipico "piacintinu": formaggio di pecora aromatizzato con lo zafferano. Trova ideale abbinamento anche con secondi di carne come le braciole di vitello, o il capretto alla messinese. La temperatura di servizio è di 16-18°C e il calice adatto è il ballon.
Il Mamertino Grillo-Ansonica Doc è perfetto con antipasti sia di verdure che di uova, con carni bianche fredde e conformaggi teneri e freschi. Va servito in calici a media capacità a tulipano svasato a una temperatura di 8-10°C.

Come si conserva

Le regole per una corretta conservazione di questo vino sono poche: le bottiglie vanno tenute, coricate, in scaffalature di legno, perché questo materiale attutisce i colpi e le vibrazioni; devono essere conservate al buio, a temperatura costante fra 10 e 15°C e con un’umidità intorno al 70-75%, in modo che il tappo non si asciughi.

Come si produce

Il metodo di produzione del Mamertino di Milazzo Rosso Doc prevede la pigiatura delle uve, poi messe a fermentare e a macerare assieme alla vinaccia. Con la successiva svinatura, si separa la vinaccia dal mosto e, dopo l’affinamento e l’invecchiamento, il vino viene stabilizzato e imbottigliato. Per le tipologie di Mamertino Bianco Riserva, Rosso Riserva, Nero d'Avola Riserva è previsto un invecchiamento di 24 mesi di cui 6 in legno. Per tutti i tipi l'affinamento in bottiglia è obbligatorio per 3 mesi prima della messa in commercio.
 

Marsala Doc

Il Marsala è un vino liquoroso di fama internazionale prodotto in provincia di Trapani, in una zona ideale per l'esposizione all'irraggiamento solare e per la ricchezza dei terreni, tanto da essere definita “Fascia del Sole”. Anche in passato era conosciuto e apprezzato oltralpe come testimonia un antico documento del 1773, anno in cui partì dal porto di Trapani un carico di botti di vino diretto all’Inghilterra.
A seconda del grado di invecchiamento, i vini Marsala si distinguono in Fine (un anno di invecchiamento minimo), Superiore (2 anni di invecchiamento minimo), Superiore Riserva (minimo 4 anni), Vergine e/o Soleras (minimo 5 anni) e Vergine e/o Soleras Stravecchio o Riserva (dieci anni minimo di invecchiamento). Inoltre le varietà di uve Pignatello, Calabrese e Nerello Mascalese sono riservate alla preparazione del Marsala Rubino.

Come si consuma
Il Marsala è un vino da meditazione che può essere degustato anche assieme a formaggi erborinati, a dolci tipici siciliani come la cassata, i cannoli e i frutti di Martorana. Va servito in piccoli calici a una temperatura che varia dai 12 ai 14°C.

Come si conserva
Per conservare correttamente il Marsala è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce
Nella preparazione di questo vino, che è considerato un “vino conciato” (cioè ottenuto con l’aggiunta di mistella, mosto cotto e alcol), a seconda delle diverse tipologie che si vogliono ottenere, è ammessa l’aggiunta, al mosto ottenuto con la pigiatura delle uve diraspate, di particolari prodotti: il “sifone” (ottenuto con aggiunta al mosto di alcol etilico di origine viticola e/o di acquavite di vino), il “mosto cotto” (ottenuto concentrando a fuoco diretto il mosto d’uva fresco, con l’effetto di ottenere colorazioni più scure, simili al caramello). Quest’ultima aggiunta può essere effettuata anche sui Marsala già idonei al consumo, a condizione, però che siano sottoposti a un periodo di affinamento di almeno un mese prima della commercializzazione. Tutte le tipologie devono essere sottoposte a un periodo di invecchiamento minimo (compreso tra 1 anno per la tipologia “Fine” e 10 anni per quella “Vergine Stravecchio o Riserva”), che decorre sempre dalla data di ultimazione delle operazioni di concia; l’invecchiamento deve avvenire in recipienti di legno, preferibilmente di rovere o di ciliegio.
 

Menfi Doc

Il legame tra il vino e la storia di Menfi è antico e indissolubile. Già Stefano di Bisanzio, narrando dell’antica città sicana di lnyco, sottolineava "l'eccellenza dei suoi vini". Numerose anfore di epoca greca e romana rinvenute sul territorio e in mare testimoniano, inoltre, la presenza di una ricca produzione vinicola e di un commercio fiorente. Questa Doc comprende le seguenti tipologie: Bianco, Rosso, Rosso Riserva, Chardonnay, Grecanico, Inzolia o Ansonica, Vendemmia tardiva, Cabernet Sauvignon, Merlot, Nero d’Avola, Sangiovese, Syrah, Feudo dei Fiori, Bonera, Bonera Riserva.

Come si consuma
I bianchi della Doc Menfi si abbinano ad antipasti di mare, involtini di melanzane, cozze, pasta con le sarde e pesce alla griglia. Vanno serviti in calici svasati a una temperatura di 10-12 °C. I rossi si accompagnano bene ai formaggi tipici siciliani come il Ragusano e il Pecorino Siciliano semistagionato e a secondi piatti quali gli involtini con carciofi, il polpettone siciliano e le braciole di vitello. Si consiglia di servirli in calici bordolesi o ballon se più invecchiati a una temperatura di 16 -18°C.

Come si conserva

Per conservare correttamente il Menfi Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce
Per le diverse tipologie di rosso il processo di vinificazione prevede la fermentazione del mosto a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia parte delle sostanze in essa contenute. La fermentazione può essere breve (2 o 3 giorni) per i vini rossi giovani o prolungata (oltre 15 giorni) per quelli di grande struttura destinati a un invecchiamento più o meno lungo. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine del periodo di invecchiamento che può essere anche molto prolungato, il vino viene stabilizzato e, infine, imbottigliato.
Il metodo di produzione del Menfi bianco e dei monovarietali bianchi è tecnicamente molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini bianchi sono più facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso che la loro fermentazione non sia correttamente eseguita. La vinificazione in bianco mira alla fermentazione del mosto fuori dal contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura, processo con cui si allontanano le particelle in sospensione; si procede quindi con la solfitazione del mosto, che viene lasciato a fermentare a una temperatura che non deve superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura con i travasi che consentono l’illimpidimento del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per l’imbottigliamento.
 
Monreale Doc

La Doc Monreale prende il nome dall’omonimo comune in provincia di Palermo, e la sua area di produzione è situata in un vasto territorio nell’ambito di questa stessa provincia. La Doc comprende una grande varietà di vini. Oltre al Monreale Bianco, Rosso e Rosato, sono presenti anche le tipologie Ansonica o Inzolia, Catarratto, Chardonnay, Grillo, Pinot Bianco, Cabernet Sauvignon, Nero d’Avola, Merlot, Perricone, Pinot Nero, Sangiovese, Syrah. Tutti i vini bianchi vengono prodotti anche nelle versioni Bianco Superiore e Vendemmia Tardiva, mentre per i vini rossi sono previste le versioni Novello e Riserva.

Come si consuma

I bianchi della Doc Monreale si accompagnano a insalate di mare, involtini di melanzane, cozze, pasta con le sarde e pesce alla griglia. Vanno serviti in calici svasati a una temperatura di 10-12 °C. La versione Rosso si abbina perfettamente con piatti a base di verdure, come la caponata e le melanzane, con i formaggi tipici siciliani come il Pecorino Siciliano stagionato e con piatti a base di carne di coniglio e capretto. Si consiglia di servirlo in calici ballon a una temperatura di 18-20 °C. Il Rosato si abbina perfettamente al salame Sant’Angelo, alla provola, alla tuma e alla ricotta e si serve in calici di media capacità a tulipano ampio a 12-14°C.

Come si conserva

Per conservare correttamente il Monreale Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C; per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce

Per le diverse tipologie di rosso il processo di vinificazione prevede la fermentazione del mosto a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia parte delle sostanze in essa contenute. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine del periodo di invecchiamento che può essere anche molto prolungato, il vino viene stabilizzato e, infine, imbottigliato.
Il metodo di produzione del Monreale bianco e dei monovarietali bianchi è tecnicamente molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini bianchi sono più facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso che la loro fermentazione non sia correttamente eseguita. La vinificazione in bianco mira alla fermentazione del mosto fuori dal contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura, processo con cui si allontanano le particelle in sospensione; si procede quindi con la solfitazione del mosto, che viene lasciato a fermentare a una temperatura che non deve superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura con i travasi che ne consentono l’illimpidimento. Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per l’imbottigliamento. La vinificazione del Monreale Doc Rosato prevede la rottura dell’acino e non dei raspi, che arricchirebbero il mosto di quantitativi eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il mosto ottenuto viene messo nei fermentini, dove subisce una breve macerazione e una modesta solfitazione. Al termine di queste operazioni, il vino viene separato dalle vinacce con la svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
 
Moscato di Noto Doc

Questo vino dovrebbe corrispondere al "Pollio" (nome derivante da Pollio Argivo, regnante in tempi lontanissimi a Siracusa), cioè quel vino dolce che Plinio elogiava per le sue caratteristiche organolettiche.
Ancora oggi il Moscato di Noto si produce in alcuni comuni della provincia di Siracusa, ma non va confuso con il Moscato di Siracusa, la cui zona di produzione è situata più a nord. Si produce nelle versioni Naturale, Spumante e Liquoroso.

Come si consuma
Il Moscato di Noto Naturale si degusta come aperitivo, mentre il Moscato di Noto Spumante si abbina a dolci da forno. Vanno serviti rispettivamente in calici di media capacità a tulipano a 8°C e in flûte a 6-8°C. La versione Liquoroso è da meditazione, ma si accompagna perfettamente a formaggi erborinati e a dolci tipici siciliani. Si consiglia di servirlo in bicchieri di piccola capacità a una temperatura di 12-14 °C.

Come si conserva
Per conservare correttamente il Moscato di Noto è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce
Per la preparazione del Moscato di Noto nella tipologia Liquoroso è necessaria la diraspatura delle uve raccolte sia in epoca vendemmiale normale che leggermente ritardata (uve stramature); in alcuni casi si procede anche a un parziale appassimento delle uve in locali idonei. Le uve vengono quindi pigiate sofficemente, e il mosto così ottenuto viene sottoposto a parziale fermentazione alcolica, stabilizzato e quindi mutizzato con aggiunta di acquavite di vino. È previsto un affinamento obbligatorio di cinque mesi a partire da quando è stato “alcolizzato”.
La vinificazione della tipologia Spumante prevede la tecnica di preparazione, conosciuta come metodo “Charmat” o “Italiano”. Essa consiste nella rifermentazione di un vino secco con aggiunta di un certo quantitativo di zucchero chiamato, appunto, sciroppo zuccherino o liqueur de tirage o di zucchero naturale. Le fasi che contraddistinguono questa metodologia produttiva iniziano, quindi, con la pressatura soffice delle uve intere alla quale segue la vinificazione in bianco, con fermentazione totale o parziale. Al termine della fermentazione si effettua una stabilizzazione del prodotto ottenuto, quindi si trasferisce il prodotto in autoclave per la successiva rifermentazione. Successivamente il vino spumante così ottenuto viene refrigerato e quindi filtrato per eliminare le particelle presenti in sospensione o accumulate sul fondo dell’autoclave, e poi, sempre a bassa temperatura, indirizzato all’imbottigliamento. Per questi vini, come per i vini frizzanti, l’imbottigliamento è isobarico, cioè effettuato in presenza di un gas a pressione contraria rispetto a quella dell’anidride carbonica contenuta nel vino.
 

Moscato di Siracusa Doc

Il Moscato di Siracusa secondo il celebre storiografo ed enologo Saverio Landolina Nava (1743-1814) sarebbe identificabile con l’antico Pollio siracusano, ottenuto dall’uva Biblia (dai monti Biblini, in Tracia) che fu introdotta a Siracusa da Pollis, mitico tiranno della città. Se così fosse, le sue origini risalirebbero al VIII-VII secolo a.C., e il Moscato di Siracusa potrebbe essere considerato il vino più antico d'Italia.
Ancora oggi, seppur in quantità ridotte, questo vino viene prodotto nel territorio comunale di Siracusa con uve di Moscato Bianco sottoposte a un leggero appassimento.

Come si consuma
Il Moscato di Siracusa è un vino da dessert che si accompagna a piccola pasticceria e a crostate di frutta bianca. Va degustato in piccoli calici a una temperatura di 10–12 °C.

Come si conserva
Per conservare correttamente il Moscato di Siracusa è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce
Per la preparazione del Moscato di Siracusa si utilizzano uve di Moscato bianco sottoposte a leggero appassimento. È necessario diraspare le uve, siano queste stramature o più o meno appassite, perché i raspi si presentano secchi e quindi in grado di assorbire quantità sensibili di alcol e conferire cattivi sapori; occorre inoltre procedere a una pigiatura soffice. Alla fase dell’ammostatura segue la fermentazione, che si blocca naturalmente al raggiungimento di una certa gradazione alcolica (che può essere compresa tra i 14 e i 16°C) poiché, pur essendo presenti ancora nel prodotto vinoso consistenti quantitativi di zuccheri residui, i lieviti non riescono più a trasformarli in alcol proprio per l’elevata gradazione alcolica raggiunta. Il vino così ottenuto viene quindi stabilizzato e può essere imbottigliato.
 

Riesi Doc

Il Riesi Doc prende il nome dal comune di Riesi in provincia di Caltanissetta, dove è localizzata parte dell’area di produzione di questa Doc. È presente nelle tipologie Bianco, Rosso, Rosato, Superiore, Spumante e Vendemmia tardiva.

Come si consuma
Il Riesi Doc Bianco si abbina con piatti a base di pesce, in particolare molluschi, crostacei, cozze. Va servito in calici di media capacità a tulipano svasati a una temperatura di 8-10°C. La versione Rosso si accompagna bene a formaggi tipici siciliani come il Ragusano e il Pecorino siciliano e a secondi con carni rosse. La temperatura di servizio è di 16–18°C e si consiglia di degustarlo in calici bordolesi. Il Rosato può essere degustato assieme a primi piatti con le sarde, ad antipasti di mare e melanzane. Va servito in calici di media capacità a tulipano ampi a una temperatura di 12-14°C. Il Riesi Doc Superiore si abbina a piatti strutturati come il Ragusano, il Pecorino siciliano, le braciole di vitello e gli involtini con carciofi. Va servito in calici ballon a 16-18°C. La tipologia Spumante va degustata in flûte a 6-8°C come aperitivo e in abbinamento ad antipasti a base di crostacei e molluschi. Infine il Riesi Vendemmia Tardiva si sposa perfettamente con formaggi erborinati e piccola pasticceria. Si serve in piccoli calici a una temperatura di 10-12 °C.

Come si conserva
Per conservare correttamente il Riesi Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce
Il processo di produzione del Riesi Rosso prevede che la fermentazione del mosto avvenga a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia parte delle sostanze in essa contenute, quali antociani e tannini. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento che deve essere almeno di quattro mesi. Per la tipologia Superiore è previsto invece un invecchiamento obbligatorio di due anni a decorrere dal 1° novembre dell’anno della vendemmia, di cui sei mesi in botti di legno. Al termine di questo periodo il vino viene stabilizzato e, infine, imbottigliato.
Il metodo di produzione del Riesi Bianco è tecnicamente molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini bianchi sono più facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso che la loro fermentazione non sia correttamente eseguita. Essa mira alla fermentazione del mosto fuori dal contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura, processo con cui si allontanano le fecce, cioè le particelle in sospensione; si procede quindi con la solfitazione del mosto, che viene lasciato a fermentare a una temperatura che non deve superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura con i travasi che consentono l’illimpidimento del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per l’imbottigliamento.
Infine, la vinificazione del Riesi Doc Rosato prevede la rottura dell’acino e non dei raspi, che arricchirebbero il mosto di quantitativi eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il mosto ottenuto viene messo nei fermentini, dove subisce una breve macerazione e una modesta solfitazione. Al termine di queste operazioni, il vino viene separato dalle vinacce con la svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
 
Sambuca di Sicilia Doc

Questa Doc prende il nome dal comune di Sambuca di Sicilia in provincia di Agrigento che è la sola di produzione dei vini appartenenti a tale denominazione.
I vigneti situati a una altitudine superiore ai 200 metri forniscono le uve per la produzione del Sambuca Doc nelle seguenti tipologie: Bianco, Rosso, Rosso Riserva, Rosato, Chardonnay e Cabernet Sauvignon.

Come si consuma
Il Sambuca di Sicilia Bianco e lo Chardonnay si abbinano con antipasti di mare, involtini di melanzane, cozze, pasta con le sarde e pesce alla griglia. Vanno serviti in calici di media capacità a tulipano svasati a una temperatura di 8-10°C. Il Rosso e Cabernet Sauvignon si accompagnano bene a formaggi tipici siciliani come il Ragusano e il Pecorino siciliano semistagionato e a secondi di carne come le braciole di vitello e il polpettone siciliano. La temperatura di servizio è di 16–18°C e si consiglia di degustarli in calici bordolesi o ballon per quelli più invecchiati. La tipologia Rosato, infine, può essere degustata assieme a primi piatti con le sarde, a antipasti di mare e a melanzane. Va servito in calici ampi e aperti a una temperatura di 13 -14 °C.

Come si conserva
Per conservare correttamente il Sambuca di Sicilia Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce
Il processo di produzione del Sambuca di Sicilia Rosso prevede la fermentazione del mosto a contatto con la vinaccia, che durante questa fase rilascia parte delle sostanze in essa contenute, quali antociani e tannini. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento che deve essere almeno di sei mesi. Per la tipologia Rosso Riserva è previsto invece un invecchiamento obbligatorio di un anno, di cui sei mesi in botti di legno. Al termine di questo periodo il vino viene stabilizzato e, infine, imbottigliato.
Il metodo di produzione del Sambuca di Sicilia Bianco è tecnicamente molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini bianchi sono più facilmente soggetti a alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso che la loro fermentazione non sia correttamente eseguita. Essa mira alla fermentazione del mosto fuori dal contatto delle bucce. Il mosto subisce poi la sfecciatura, processo con cui si allontanano le particelle in sospensione; si procede quindi con la solfitazione del mosto, che viene lasciato a fermentare a una temperatura che non deve superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura con i travasi che ne consentono l’illimpidimento. Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per l’imbottigliamento.
Infine, la vinificazione del Sambuca di Sicilia Rosato prevede la rottura dell’acino e non dei raspi, che arricchirebbero il mosto di quantitativi eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il mosto ottenuto viene messo in recipienti detti fermentini, dove subisce una breve macerazione e una modesta solfitazione. Al termine di queste operazioni, il vino viene separato dalle vinacce con la svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato e passato all’imbottigliamento.

 

Moscato di Pantelleria e Passito di Pantelleria Doc

Questo vino è prodotto da tempo immemorabile nell’isola di Pantelleria dalla varietà di uva Zibibbo e vanta una storia costellata di importanti riconoscimenti. Premiato nel 1900 all'Esposizione di Parigi, nel 1936 fu inserito tra i vini tipici italiani per il suo "aroma delicato e fine e per il suo sapore vellutato, dolce, carezzevole, generoso", e già nel 1971, terzo tra i vini siciliani, ottenne la Doc. La sua assoluta bontà ha alimentato negli anni curiose leggende, come quella della dea Tanit che si finse coppiera degli dei e sostituì all’ambrosia, bevanda abituale dell’Olimpo, il mosto delle vigne di Pantelleria, riuscendo a conquistare Apollo di cui era invaghita.
Questo vino è prodotto nelle tipologie Bianco, Moscato, Passito, Moscato Dorato, Moscato Liquoroso, Moscato Spumante, Passito liquoroso e Zibibbo Dolce.

Come si consuma
Il Pantelleria Bianco va degustato come aperitivo in calici flûte a una temperatura di 6-8°C. Il Moscato di Pantelleria si accompagna a dolci da forno e pasticceria secca. Si consiglia di servirlo in coppe a una temperatura di 6-8°C. Il Passito di Pantelleria si sposa a perfezione con formaggi erborinati, con la cassata siciliana e con i baci panteschi, e va servito a 10-12 °C in calici di media capacità a tulipano. Il Pantelleria Moscato Liquoroso e il Passito Liquoroso sono vini da meditazione che possono essere degustati anche assieme a formaggi erborinati e a dolci tipici siciliani come la cassata e vanno serviti calici di piccola capacità a tulipano a 12-14°C. Il Moscato Spumante si abbina a dolci da forno e va servito in ampi ballon a 18–20°C. Infine il Pantelleria Zibibbo Dolce va degustato insieme alla pasticceria secca in coppe larghe a una temperatura di 18–20°C

Come si conserva
Per conservare correttamente i vini di questa Doc è sufficiente tenere il vino al buio, a una temperatura costante fra 10 e 15°C e, per impedire che il tappo si asciughi, l’umidità deve aggirarsi intorno al 70-75%. Le bottiglie vanno conservate in posizione orizzontale su scaffalature di legno.

Come si produce

Per la produzione della tipologia Moscato di Pantelleria è prevista l’aggiunta di uva leggermente appassita nel corso della prima fermentazione o dopo di essa, su un prodotto base avente una gradazione alcolica complessiva minima naturale di almeno 14,5°C. L’appassimento delle uve deve avvenire al sole sia sulla pianta che dopo la raccolta. Il resto del processo è comune agli altri vini passiti: è necessario diraspare le uve, siano queste stramature o più o meno appassite, perché i raspi si presentano secchi e quindi in grado di assorbire quantità sensibili di alcol e conferire cattivi sapori. Si procede quindi con una pigiatura soffice. Alla fase dell’ammostatura segue la fermentazione, che si blocca naturalmente al raggiungimento di una certa gradazione alcolica poiché, pur essendo presenti ancora nel prodotto vinoso consistenti quantitativi di zuccheri residui, i lieviti non riescono più a trasformarli in alcol, proprio per l’elevata gradazione alcolica già raggiunta. Il vino così ottenuto viene quindi stabilizzato e imbottigliato.
 
Santa Margherita di Belice Doc

Il Santa Margherita di Belice è una tra le più recenti Doc riconosciute in Sicilia ed è riservata ai vini bianchi e rossi ottenuti dalle uve dei vigneti appartenenti al territorio dei comuni di Santa Margherita di Belice e Montevago, in provincia di Agrigento.

Come si consuma
Le diverse tipologie di bianco di questa Doc si accompagnano bene ad antipasti di mare, pesce alla griglia e pasta con le sarde. Vanno serviti in calici di media capacità a tulipano svasati a una temperatura di 8-10°C. I vini rossi si addicono, invece, a piatti abbastanza strutturati, tra i quali si segnalano in particolare le braciole di vitello, il polpettone siciliano e i formaggi tipici siciliani come il Ragusano e il Pecorino semi stagionato. Si consiglia di servirli in calici bordolesi a una temperatura compresa tra i 18 e i 20 °C.

Come si conserva
Le norme per una corretta conservazione del Santa Margherita di Belice Doc prescrivono di conservare il vino in posizione orizzontale su scaffalature di legno, in ambienti bui, a una temperatura costante fra 10 e 15°C. È inoltre importante che l’umidità si aggiri intorno al 70-75%, per impedire che il tappo si asciughi.

Come si produce
Il processo di vinificazione dei rossi appartenenti a questa Doc prevede che la fermentazione del mosto avvenga a contatto con la vinaccia. La vinaccia durante questo fase rilascia, infatti, parte delle sostanze in essa contenute, quali antociani e tannini. Le fasi successive sono quelle della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine di questo periodo i vini vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati.
La vinificazione dei bianchi prevede al contrario che la fermentazione del mosto avvenga fuori dal contatto delle bucce. Tecnicamente il processo produttivo dei bianchi è molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini bianchi sono più facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso che la loro fermentazione non sia correttamente eseguita. La pigiatura non sempre viene effettuata e spesso viene operata la pressatura su uve intere che serve, in sostanza, per separare il mosto dalle bucce e dalle altre parti solide. Alla pressatura segue la sfecciatura del mosto, che consiste nell’allontanamento delle particelle in sospensione, poi la solfitazione con anidride solforosa e infine la fermentazione che non deve superare i 20 °C. Al termine avviene la svinatura con i travasi che consentono l’illimpidimento del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per l’imbottigliamento.

 

Sciacca Doc

La denominazione di origine Sciacca è riservata a una grande varietà di vini da pasto bianchi, rossi e rosati prodotti nell’intero territorio di Sciacca (da cui il nome) e di Caltabbellota, in provincia di Agrigento, ottenuti attraverso una sapiente combinazione di uve di vitigni autoctoni, come Inzolia, Catarratto, Grecanico e Nero d’Avola e quelle di vitigni “internazionali” come Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Merlot, Sangiovese

Come si consuma
Le diverse tipologie di bianco di questa Doc si accompagnano bene ad antipasti di mare, pesce alla griglia e pasta con le sarde. Vanno degustati in calici di media capacità a tulipano svasati a 8-10°C. I rossi si addicono a piatti abbastanza strutturati, tra i quali si segnalano in particolare le braciole di vitello, il polpettone siciliano e i formaggi tipici siciliani come il Ragusano e il Pecorino semi stagionato. Si consiglia di servirli in calici bordolesi o ballon se più invecchiati a una temperatura compresa tra i 18 e i 20°C. Lo Sciacca Doc Rosato va degustato, invece, in calici ampi a tulipano di media capacità a 12-14°C, in abbinamento con antipasti, zuppe di pesce e frittate. Infine il Riserva Rayana si sposa a perfezione con il pesce spada, il tonno e la pasta alla Norma.

Come si conserva
Le norme per una corretta conservazione dello Sciacca Doc prescrivono di conservare il vino in posizione orizzontale su scaffalature di legno, in ambienti bui, ad una temperatura costante fra 10 e 15°C. È inoltre importante che l’umidità si aggiri intorno al 70-75%, per impedire che il tappo si asciughi.

Come si produce
Il processo di vinificazione dei rossi appartenenti a questa Doc prevede che la fermentazione del mosto avvenga a contatto con la vinaccia. La vinaccia durante questa fase rilascia, infatti, parte delle sostanze in essa contenute, quali antociani e tannini. Il processo di fermentazione ha durata variabile: da 2 a 3 giorni per i vini rossi giovani, oltre i 15 giorni per quelli di grande struttura destinati a un invecchiamento più o meno lungo. Le fasi successive sono quelle della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Per il Rosso Riserva l’affinamento deve essere di due anni di cui almeno uno in botti di legno. Al termine di questo periodo, i vini vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati.
La vinificazione dei bianchi prevede al contrario che la fermentazione del mosto avvenga fuori dal contatto delle bucce. Tecnicamente il processo produttivo dei bianchi è molto più delicato di quanto non sia la vinificazione in rosso, in quanto i vini bianchi sono più facilmente soggetti ad alterazioni microbiche e a fermentazioni anomale, nel caso che la loro fermentazione non sia correttamente eseguita. Generalmente viene operata la pressatura su uve intere che serve, in sostanza, per separare il mosto dalle bucce e dalle altre parti solide, riducendo al minimo la lacerazione delle bucce. Alla pressatura segue la sfecciatura del mosto, che consiste nell’allontanamento delle particelle in sospensione, la solfitazione con anidride solforosa e la fermentazione che non deve superare i 20°C. Al termine avviene la svinatura con i travasi che consentono l’illimpidimento del vino. Ultimati i travasi, il prodotto è pronto per l’imbottigliamento. Nel caso della tipologia Riserva Rayana è previsto invece un affinamento obbligatorio di due anni di cui almeno uno in botti di legno. La vinificazione dello Sciacca Doc Rosato, infine, prevede la rottura dell’acino e non dei raspi, che arricchirebbero il mosto di quantitativi eccessivi di sostanze coloranti e tanniche. Il mosto ottenuto viene messo nei fermentini, dove subisce una breve macerazione e una modesta solfitazione. Al termine di queste operazioni, il vino viene separato dalle vinacce con la svinatura e sottoposto a travasi; viene quindi stabilizzato e passato all’imbottigliamento.
 
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