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La Sicilia è regione
mediterranea per antonomasia, dove le risorse
naturali si rivelarono favorevoli a
un'organizzazione dello spazio in piccoli stati
agricolo-marinari, o in stabilimenti commerciali
litoranei intrattenenti un rapporto simbiotico,
ma non di diretto dominio, con l’interno
(fenici, greci); organizzazioni, però,
insufficienti per uno sviluppo industriale a
media scala. La stessa posizione
centro-mediterranea ha favorito e invogliato la
conquista da parte delle potenze egemoni del
momento storico, fatti che consentivano e
rafforzavano la posizione di una potente
aristocrazia agraria locale, latifondista,
dominante per lunghi secoli la struttura
economica interna, in cambio di una situazione
esterna para-coloniale. L'isola ha cosi
sviluppato, di volta in volta, una struttura
economica in funzione delle varie madripatrie
(p. es. grano per i romani e gli spagnoli,
colture irrigue e industriali e pesce per i
napoletani, ecc). Limitate sezioni costiere del
territorio hanno conosciuto in passato colture
intensive e una vita commerciale vivace, in
funzione di grandi città (Palermo, Messina), ma
la gran parte dell'isola ha visto mutare assai
lentamente la situazione economico-territoriale
nel corso dei secoli. II cordone ombelicale
verso il mondo culturale ed economico
sud-mediterraneo formatosi durante la
dominazione araba si recide con i normanni, che,
se riportano l'isola in un'orbita europea e ne
fanno (con gli svevi) uno dei centri di potere
politico ed economico del mondo medievale, la
condannano a nutrire strutture
economico-territoriali
feudali, che peseranno
per secoli. II mancato decollo attuale
dell’economia deriva anche dalla perifericità e
dallo stato di subordinazione rispetto alle
grandi aree decisionali italiane ed europee. La
Sicilia, pur mutando assai le condizioni
storiche, rimane ancora, per qualche verso, una
«marca di frontiera». L'economia siciliana è
dunque caratterizzata da sottosviluppo,
sensibili tassi di disoccupazione e
sottoccupazione, contrasti tra aree interne
depresse ed aree litoranee (specie
settentrionali ed orientali) relativamente più
sviluppate. I tentativi di decollo industriale
recenti hanno causato più squilibri e
distorsioni nell'organizzazione dello spazio
geografico che concreti e diffusi benefici.
L'istituto regionale, i grandi e medi comuni, le
grandi banche sono anche centri di potere
occupazionale e, specie a Palermo, assorbono una
parte della disoccupazione intellettuale. La
popolazione attiva ammontava nel 1987 a
1.477.000 persone (16,4% nel settore primario;
20,6 nel secondario; 62,8 nel terziario).
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Agricoltura. L'agricoltura ha
conosciuto nell’ultimo quindicennio un processo
di relativa modernizzazione in aree
circoscritte, soprattutto pianure e colline
litoranee, aree che hanno esercitato una
funzione traente per tutta l’agricoltura. La
piana di Catania, alcune cimose del litorale
tirrenico (sui golfi di Castellammare, Palermo e
Termini), il litorale selinuntino (tra Mazara e
Sciacca, la piana di Gela, alcune valli
interne), sono le zone di recente
valorizzazione. Le superfici irrigate con
diversi sistemi, antichi e moderni, misurano
quasi 200.000 ha, di cui quasi 60.000 ricevono
acqua dai 16 maggiori laghi artificiali, creati
per lo più negli anni sessanta. Ai vecchi invasi
idroelettrici e poi irrigui di Piana degli
Albanesi (1923), di Gammauta e Prizzi (1938-42),
si sono aggiunti il Pozzillo che assieme ai
laghi di Ancipa e di Ogliastro irriga la piana
di Catania, il Poma che è a monte di Partinico,
il Trinita e l'Arancio per il litorale
selinuntino, il Fastaia per l'agro trapanese,
il Comunelli e il Disueri per la piana di Gela.
I laghi artificiali Fanaco ed Eleutero
incrementano le portate di reti idriche urbane,
e quote d'acqua di alcuni altri sono riservate
per tale uso, tuttavia le carenze idriche
rimangono, anche per fini agricoli, gravi. Oltre
120 laghetti collinari (province di Enna,
Agrigento e Catania soprattutto) danno acqua
alle aziende agricole più avanzate. Cospicua
l'espansione delle serre, sia per ortaggi sia
per fiori (Ragusano, Gelese, cuspide
occidentale). II frumento, la più estesa
coltura, s'è contratto come superficie (469.300
ha nel 1987 contro i 600.000 del 1967), ma la
produttività è cresciuta (19,5 q per ha contro
17,4) ed il grano duro per la pasta continua ad
avere il predominio. II vigneto specializzato è
stazionario, anche se la produzione di vino è
aumentata (quasi 12 milioni di hi nel 1987);
vanno diffondendosi iniziative per
commercializzare vini in bottiglia e a
denominazione di origine controllata.
L'olivicoltura specializzata occupa vaste
superfici (174.319 ha nel 1983) ed aumenta
quella promiscua, mentre sostenuta è la
produzione di olio (692.000 q nel 1987). In
forte, inarrestabile decadenza sono le antiche
colture tipiche siciliane, come il carrubo e il
sommacco; il pistacchio (provincia di Catania)
resiste per l'uso dolciario industriale; la
produzione di mandorle pregiate (Siracusano)
diminuisce lentamente, per la concorrenza di
prodotti tropicali a basso costo usati nella
dolceria, ma la Sicilia mantiene pur sempre il
primo posto in Italia (oltre 700.000 q annui).
Sono tuttavia gli agrumi e gli ortaggi a farla
da pa¬drone. La produzione agrumaria è stata nel
1987 di 17.600.000 q, per meta arance, poi
limoni (il 90% dell'intera produzione italiana),
mandarini, pompelmi e ibridi. L'espansione
riguarda la piana di Catania, ma anche le
province di Siracusa, Ragusa e Agrigento.
L'antica, famosa coltura della piana di Palermo
(Conca d'Oro) viene ricacciata nelle cimose
litoranee contigue all’espansione del cemento
urbano. II Ragusano è l'area di grande
espansione ortiva e serricola, ma notevoli anche
sono le produzioni del Catanese e del Siracusano.
Negli anni recenti la concorrenza di altri paesi
mediterranei e la normativa CEE contrastano
l'esportazione di queste grosse produzioni
sici¬liane. Negli ultimi decenni è aumentato il
patrimonio zootecnico maggiore (da 138.000
bovini del 1963 a 345.000 del 1987; sono
raddoppiati anche i suini), mentre risulta
stazionario quello ovino e caprino. La pesca
conserva il primato fra tutte le regioni
italiane, con Mazara del Vallo maggior scalo in
assoluto; tuttavia i mari dell’isola vanno
impoverendosi (inquinamento, umanizzazione
costiera vieppiù intensa, sistemi di pesca
abusivi, ecc.) e le famose tonnare sono quasi
scomparse.
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Industria. L'industria siciliana
vanta eccellenti tradizioni artigiane, però in
decadenza perchè non accortamente razionalizzate
o trasformate in un adeguato sviluppo
industriale che, invece, ha riguardato rami
estranei alla tradizione locale e spesso
contrastanti con le «vocazioni» del territorio.
Grandi tentativi industriali del secondo '800
(imprenditori Florio: pesce conservato, vini e
distillati, conserve alimentari, metallurgia
medio-leggera, cantieri navali, ecc.) si sono
per lo più spenti nel corso del nostro secolo.
Alla tradizionale estrazione dello zolfo, che
prosperava (Agrigentino) sulla scarsa
concorrenza internazionale e sulla manodopera
sottopagata ed è ormai estinta, pareva
sostituirsi negli anni cinquanta l’estrazione
degli idrocarburi liquidi; ma le quantità non
adeguate agli enormi e crescenti consumi d'oggi
e la qualità non eccelsa (Gela, Ragusano) hanno
spento gli entusiasmi iniziali. Impianti di
raffinazione si trovano a Milazzo, Augusta,
Gela, Ragusa, Priolo e Melilli; piu recente è la
scoperta e lo sfruttamento di giacimenti di gas
naturale (Mazara del Vallo, Gagliano, Bronte,
Lippone) e grandi speranze sono riposte in
quello d'importazione (metanodotto
dall’Algeria). Le saline marine occidentali ed
orientali sono assai decadute, anche per la
concorrenza del salgemma estratto nell'interno (Agrigentino);
l'estrazione dei sali potassici (San Cataldo,
Racalmuto, ecc.) è in progresso.
L'industrializzazione, specie quella basata
sugli stabilimenti petrolchimici, non ha sortito
gli effetti previsti. I grandi complessi
autosufficienti non hanno stimolato un
equilibrato sviluppo, occupando anche poca
manodopera rispetto ai capitali impegnati, ma
hanno determinato sfasature nell’organizzazione
dello spazio geografico (Augusta, Ragusa, Gela,
piana di Milazzo), provocando anche, talora,
forti inquinamenti. Più diversificate risultano
le zone industriali di
Catania e Palermo
(Carini-Termini Imerese-periferia urbana di
Palermo); questa, come Messina, raggruppa
soprattutto piccole e medie industrie, se si
escludono la FIAT (Termini Imerese) e i cantieri
navali di Palermo. Si segnalano, oltre a quelle
già citate, le industrie chimiche di Priolo
Gargallo; a Palermo si trovano inoltre impianti
attivi nei settori elettronico, editoriale,
dell’abbigliamento, del legno e del materiale
ferroviario. Ricordiamo ancora gli impianti
elettronici di Catania e quelli della gomma di
Villafranca Tirrena. L'antica industria
vitivinicola del Marsalese, fondata sul finire
del '700 da imprenditori britannici, pur tra
alti e bassi, rimane una delle più solide.
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Comunicazioni.
Connesso allo sviluppo industriale è stato
quello dei porti di Augusta, Milazzo e Gela. II
loro traffico, quantitativamente cospicuo, verte
però quasi solo sugli idrocarburi grezzi, sui
derivati della raffinazione e sulle materie
prime e lavorate dell'industria chimica.
Funzioni più complesse ha il porto di Palermo,
ma modeste per volume di traffico, al pari del
minore scalo catanese. II porto di Messina vive
pressochè esclusivamente del traffico di
traghetti per il continente. Porto Empedocle è
legato all'agglomerate industriale, e rilievo
locale hanno Siracusa e Trapani. II porto-canale
di Mazara del Vallo è il massimo scalo
peschereccio d'ltalia, ma i difficili rapporti
con i paesi rivieraschi nordafricani ne possono
compromettere la notevole attività. Le vie di
comunicazione terrestri risultano migliorate
rispetto ad un decennio addietro, ma non in modo
decisivo, per la non lungimirante preferenza
data ai tragitti autostradali rispetto alle
ferrovie. Queste ultime sono antiquate e spesso
a un solo binario; i percorsi migliori sono i
due tratti-cardine costieri:
Messina-Catania-Siracusa e Messina-Palermo. Nel
1986 la rete ferroviaria aveva uno sviluppo di
1561 km, quella stradale di 21.231 km nel 1987,
di cui 3939, di strade statali e 568 km di
autostrada. L'autostrada Messina-Catania (77 km)
è prolungata sino a Siracusa da un'ottima strada
statale. Ancora incompleta era nel 1988
l'autostrada Messina-Palermo, con 123 km in
esercizio su un totale previsto di 180. Completa
è invece l'autostrada interna, che da
Buonfornello (Piana di Termini Imerese) si
diparte dalla precedente per giungere a Catania,
sfiorando Enna e Caltanissetta. La cuspide
occidentale è collegata da due rami
autostradali, Alcamo-Trapani (47 km) e
Palermo-Mazara del Vallo (119 km). Una
superstrada interna, ipotetico asse di sviluppo
centromeridionale, collega il capoluogo
regionale ad Agrigento. L'aeroporto
internazionale di Punta Raisi, che dista 22 km
da Palermo ed è il maggiore dell’isola, ospita,
oltre ai voli di linea, parecchi voli charter,
specie in estate. Esso ha sostituito il vecchio
scalo palermitano di Boccadifalco, ma si trova
in un sito non troppo felice. Migliore
posizione, nella piana di Catania, ma minore
importanza, ha lo scalo di Fontanarossa.
L'aeroporto trapanese di Birgi funge da polo
sussidiario.
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