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Cultura Popolare e Tradizioni siciliane

Carretto SicilianoLe multiformi tradizioni popolari siciliane - orali e oggettive - sono, nella più parte, chiari esiti dello stratificarsi nell'isola di culture e civiltà diverse (greci, latini, bizantini, arabi, normanni, spagnoli, francesi), le quali nel tempo hanno connotato l’etnos di vere e proprie giustapposizioni sincretiche. Per es., non pochi scongiuri - formule medico-magiche e/o apotropaiche (soprattutto contro il malocchio, volontariamente prodotto per invidia) ancor oggi abbastanza presenti nella tradizione orale - trovano senso se ricondotti al mondo pagano. Col diffondersi del cristianesimo, infatti, alle formule che indicano divinità e azioni da esse compiute, si sostituiscono formule aventi come personaggi i santi e la Sacra famiglia, o Dio stesso. Da qui se il popolo, non distinguendo fra la preghiera - che e soltanto un'invocazione a Dio o ad un santo - e scongiuro - la cui recita, secondo la credenza, determina esattamente solo ciò che la recitante vuole - chiama anche gli scongiuri preghiere, laddove essi preghiere non sono. E vi è di più, se in vari altri aspetti culturali non è difficile riconoscere debiti verso età storiche ancora più arcaiche, come e il caso di parecchi culti popolari per i santi, nei quali il cristianesimo ha finito con l'identificare i «successori degli dei», ma non soltanto dell'Olimpo dei greci, e dei latini, bensì anche di quello della più antica civiltà isolana, dei sicani e dei siculi. Senza dire che le stratificazioni/giustapposizioni delle civiltà avvicendatesi nell'isola non risultano meno emergenti anche nel dialetto, non tanto quello letterario, vera e propria lingua, quanto quello parlato/vissuto e che si rinfrange nei molteplici sottodialetti, a parte le vere e proprie «isole» linguistiche delle colonie albanesi (Piana degli Albanesi, Contessa Entellina, Palazzo Adriano [PA]) e delle aree gallo-italiche «lombarde»Festa del "Tataratà" di Casteltermini - Agrigento (Nicosia, Sperlinga [EN]; Novara, San Fratello [ME]). Comunque, e in molti altri aspetti che il folklore d'oggi resta vincolato alle matrici storiche. Notevoli, in tal senso, talune forme spettacolari funzionali alla memorizzazione-rievocazione di grandi eventi. Cosi il Tataratà di Casteltermini (AG), che riecheggia le lotte, contro gli infedeli, dell'esercito bizantino dell’imperatore di Costantinopoli. Sicchè, nell'ultima domenica di maggio, giovani ben addestrati si battono, due a due, con rozze spade: e il battere di esse e ritmico, in sintonia al «tataratà» dei tamburi. E così il Palio dei normanni (Piazza Armerina [EN]: 13 e 14 agosto), che rievoca l'ingresso del conte Ruggero in Sicilia. Con lui, intanto, arriva nell’isola l'epopea dei cavalieri in lotta contro i mori, cioè dei paladini di Carlo Magno, sui quali il popolo proietterà le sue aspirazioni e i suoi impeti, forse anche mafiosi, fino a ridurne le gesta (sec. XIX) a fabula del teatro dei pupi (l’opra), come a materia letteraria (divulgata in dispense: notissime, in tal senso, quelle della Storia dei paladini di Francia di Giusto Lo Dico) e figurativa (i cartelloni dell’opra dei pupi, le decorazioni del carretto). Dopo i normanni gli spagnoli, i quali caricano le tinte dei costumi, introducendo il gusto per un barocchismo, che ancor oggi si palesa soprattutto nelle feste; quindi i francesi, il cui dominio lascia memoria nella tradizione orale (piuttosto proverbi e modi di dire) di violenze, flagelli, in altre parole di infausto governo. Ne le motivazioni diacroniche della cultura popolare si interrompono certo alle testimonianze teste citate, avendo sempre avuto gli eventi della storia costante eco nei fatti folklorici. Basti dire della ceramica a figura umana dell’età borbonica, con i suoi stilemi decorativi in forme di contestazione e di protesta sociale. Eppure non è il folklore al microscopio della storia, cioè il Opra de Pupifolklore come testimonianza storica e pertanto necessaria fonte per la storia (etnofonte) che di norma - al di là di una ristretta cerchia di addetti ai lavori - i più riescono a cogliere e, cosi, a privilegiare; quanto, è piuttosto, la sua dimensione nel segno del «godibile con gli occhi»: donde la preferenza per l’artigianato, le feste e gli spettacoli popolari, forme comunemente identificate col «vero folklore». L’artigianato, certo, presentava una diversa facies fino ad alcuni decenni fa, allorché la creatività popolare si esprimeva nei suoi prodotti rispondendo ai bisogni propri della comunità del tempo: e qui alludiamo a tutta una serie di manufatti, dall’immagineria popolare, ai pastori da presepe, dagli ex-voto, alle pitture su vetro. Laddove oggi le più notevoli sue espressioni si configurano piuttosto nel segno del consumismo: dal ferro battuto alla ceramica, dall'intarsio del legno all'arte tessile, dalla lavorazione dell'ambra all’arte dolciaria. Per il ferro battuto area di notevole propor-zione è quella di Giardini (ME) e di tutta la fascia costiera, che da Siracusa giunge a Messina; per la ceramica e il vasellame artistico centri di maggiore importanza sono Burgio (AG), Caltagirone (CT), Collesano (PA), Santo Stefano di Camastra (ME) e Sciacca (AG): Collesano per le borracce invetriate a forma di ciambelle o di teste barbute, per le acquasantiere, le lucerne a figura umana, ecc; Caltagirone per i vari tipi di brocche. Per l'intarsio del legno zona di rilievo e quella fra Castelmola e Taormina (ME); per l'arte tessile, aree specificatamente rivolte alla lavorazione dei tappeti sono quelle di Petralia Soprana e Sottana (PA) e di Erice (TP); per la costruzione/lavorazione delle bisacce e delle bardature dei cavalli, Caccamo, Prizzi, Isnello (PA); mentre sono più propriamente note per il ricamo le aree di Piana degli Albanesi e di Valguarnera (EN), per la lavorazione dell'ambra Catania, come un tempo per il corallo ebbe nomea Trapani. L'artigianato più cospicuo, comunque di tutta l'isola, e quello dei pupi o del carrettino souvenir che, nella forma, riproduce il vecchio carretto d'uso; come lo è quello della lavorazione dei dolci, una volta rinomataDolci tipici: pignolata e torrone gelato attività dei conventi. Ciascuna provincia, peraltro, ha una particolare tradizione: a Messina e tipica la pignolata, a Palermo sono rinomati i cannoli e le cassate e veramente tradizionali, per il giorno dei defunti, le pupe di zucchero e la frutta di martorana (pastareale); a Siracusa è nota la cuccia; a Trapani le paste di mandorla; a Caltanissetta i torroni. Ciascuna provincia ha, poi, forme gastronomiche emblematiche: la pasta con le sarde, la caponata, le panelle a Palermo; il kuskus a Trapani; lo stoccafisso a Messina. Accanto all'artigianato, altro polo del «vero folklore» risultano le feste (patronali e non, calendariali e cicliche). Quelle patronali sono, ancor oggi, una vera e propria costante di tutti i contesti dell'isola. Non vi è paese (o città) senza un santo protettore, mentre ciascun santo ha una sua specializzazione: ora nel salvaguardare la salute fisica, ora il benessere economico (p. es. santa Lucia protegge gli occhi, sant'Agata le mammelle, san Biagio la gola, sant'Alfio guarisce le ernie; e, ancora, san Crispino ha in custodia i calzolai, san Giuseppe i falegnami, san Pietro aiuta i marinai, santa Marta i cuochi, e così via). Lo svolgimento delle feste patronali, in gran parte legate al ciclo produttivo e, pertanto, in gran parte di ringraziamento (da qui il loro svolgersi soprattutto nell’arco estate-autunno), ha anch'esso uno schema costante. La vigilia arrivano in paese i rivenditori di semi e di ceci abbrustoliti (càlia) e nelle strade, ai crocevia, nelle piazze, si sistemano le bancarelle dei rivenditori di dolciumi e di giocattoli; qualche angolo è occupato da attrezzi da lavoro; non mancano i rivenditori di stoffa e i mercanti di terracotta. Poi, il giorno della festa è il momento della processione. Al santo vengono offerti soldi, che sostituiscono gli ex-voto per grazia ricevuta; e, a sera, l'esibizione di un cantante, di una cantante o di un intero complesso, nonchè i giochi pirotecnici, concludono la manifestazione. Ne si sottraggono al fascino dell’appariscenza della festa religiosa le aree urbane, anch'esse vibranti dell’affezione al proprio deus loci. Valgano alcuni esempi: ad Agrigento è patrono san Calogero. Durante la festa (prima domenica di luglio) il fercolo viene trasportato per la via principale della città, di corsa. I devoti giurano di veder sudare il santo; perciò lo asciugano con fazzoletti miracolosi per guarire le ferite. Quando il fercolo si ferma, dai balconi e dalle finestre cade violenta una muffuletta di san Calòpioggia di pane (muffuletta di san Calò), che tutti si affrettano a raccogliere e a conservare, come talismano. A Catania, invece, la protagonista e sant'Agata. La festa - iniziata nel 1126, al ritorno delle «reliquie agatine» da Costantinopoli - si celebra sia il 5 febbraio sia il 17 agosto. L'antico mezzo busto della santa, ricco di una grande quantità di gioielli, e lo scrigno o cassa argentea, che contiene le sacre reliquie, vengono tolti dal duomo e portati in processione insieme ad enormi ceri (candelore), ciascuno poggiante su una impalcatura di legno, nel suo complesso simile ad una torricella a vari ordini, dove sono scolpiti, ad opera di artigiani, gli episodi più salienti del martirio della patrona. Molti devoti seguono il percorso scalzi: molti altri coperti da un simbolico camice bianco, stretto al fianco da un cordone (sacco). Deus loci di Messina e l'Assunta. Durante i festeggiamenti (15 agosto) sono portati in giro un antichissimo fercolo (vara) culminante nella figura di Gesù, che tiene sul palmo della mano destra la Madonna - una volta animato da personaggi viventi - e due gigantesche immagini equestri (Grifone e Mata), mitici fondatori della città. A Palermo, invece, haFestino Santa Rosalia - Palermo conquistato il ruolo di patrona santa Rosalia, il cui Festino, (11-15 luglio) torna ogni anno come l'emblema più noto del folklore locale. Le celebrazioni datano fin dal 1625, allorché furono ritrovate le ossa della santa. Nel 1686, per arricchire i festeggiamenti, si costruì un carro trionfale, e tale uso rimase in auge fino al 1856. Seguì poi un periodo di stasi, finchè Giuseppe Pitrè, nel 1897, fece riprendere la celebrazione del Festino con la tradizionale pompa: il carro percorse solennemente il tratto del Cassaro, che da Porta Felice giunge a piazza Vigliena, i ben noti «Quattro canti», e fu così maestoso da richiedere, per essere trainato, la forza di molti buoi. Ne da tale maestosità esula, certamente, il Festino dei nostri tempi, segnato da una recente riproposta del carro e punteggiato da varie componenti coreografiche. A Siracusa la festa più solenne è per santa Lucia, vergine e martire, trafitta per spada il 13-XII-304, dopo aver preannunziato la fine della persecuzione di Diocleziano e Massimiliano e la pace della chiesa. La città la ricorda due volte: il 13 dicembre, anniversario del martirio, dies natalis, e la prima domenica di maggio. Ma i santi patroni non limitano la loro protezione soltanto ai luoghi dove il loro culto risulta preminente, estendendo, invece, il dominio su tutta l'isola, che vanta, anzi, altri culti assai diffusi: per san Biagio cui a Comiso Sant'Agata - Catania(RG) il giorno della festa (3 febbraio) si offrono pani votivi (cannaruzzeddi di san Brasi); per san Giorgio che costantemente ritorna sulla parte più debole del carretto (il pizzo: rettangolo di legno di limitato spazio, nascosto sotto la cassa, fra le mensole che la sostengono sull'asse delle ruote), come ritorna sulle fibbie delle cinture usate per i costumi festivi dalle donne di Piana degli Albanesi; per sant'Alfio, Filadelfio e Cirino, i santi fratelli venerati a Trecastagni (CT), e cosi via. Il folklore religioso siciliano si completa, intanto, con varie altre espressioni di devozione, ugualmente partecipate, ma più speciosamente contestuali. Valga qualche esempio. In taluni paesi dell’isola, da Campobello di Mazara a Salemi (TP), da Pietraperzia (EN) a Milena (CL) si svolgono, accompagnate dall'edificazione di altari votivi, le Cene di san Giuseppe (18-19 marzo) durante le quali la collettività opera simbolicamente una vera e propria ridistribuzione magica delle ricchezze, offrendo a tre poveri (la Sacra famiglia) le migliori pietanze. Ne meno significante risulta la ricorrenza del 2 novembre, per la quale - soprattutto nella S. occidentale - ai bimbi si fanno trovare regali e dolciumi, dicendo che sono doni dei morti, ritornati a propiziare il tempo dei vivi. La poliedricità espressiva della devozione religiosa popolare trova poi alimento in Sicilia nelle feste cicliche: la Pasqua e il Natale. L'ingresso di Gesù a Gerusalemme, la Passione, il Sepolcro, la Processione del Cristo morto, la Resurrezione, sono, in realtà, i momenti più iterati del ciclo pasquale. L'ingresso di Gesù a Gerusalemme, p. es., e celebrato a Gangi (PA) dove, la domenica delle Palme, sfilano in processione dodiciSanta Lucia - Siracusa confraternite, precedute da suonatori di tamburo, che indossano le «rubriche», ricchi costumi del 700 ricamati in oro ed argento. Nel corso della Settimana Santa, in diversi siti si riattualizza la Passione, mediante vere e proprie sacre rappresentazioni, fra le quali del tutto nota la «Casazza» di Isnello (PA), meno note, ma non meno suggestive, la rappresentazione della Passione e Morte di Gesù Cristo a Partanna Mondello (PA) e l'Ultima Cena e il processo a Balestrate (PA). La Passione ha inizio a Caltanissetta il Mercoledi santo col pittoresco corteo della Real maestranza (i cui componenti discendono dalle antiche corporazioni delle arti e dei mestieri) e la processione delle «varicedde» e prosegue il Giovedi, allorché vengono fatte sfilare le grandi «vare», cioe i gruppi dei Misteri - ognuno preceduto dagli appartenenti al ceto (commercianti, operai, artigiani) cui per tradizione e affidato - peculiari rispetto ad altre zone (a Marsala, p. es., si animano di personaggi vivi), per la loro scultorea staticità. Il Giovedi santo è il giorno del Sepolcro, apprestato in Sicilia un po' in tutte le chiese con cura particolare: non possono, fra l’altro, mancare, e non mancano, gli arcaici «giardini di Adone», germogli primaticci solitamente di grano, che emblematizzano la resurrezione della natura, dopo l'inverno, all'unisono con la resurrezione del Cristo. Per la processione del Cristo morto, il Venerdi santo, lo scenario più suggestivo e certamente quello offerto ad Enna, a Pietraperzia (il Signore delle fasce) e, soprattutto, a Trapani (processione dei Misteri). Qui il Cristo morto è preceduto - nella processione che si snoda fino alla mattina del sabato - da ventiquattro ben famosi gruppi, usciti dalle botteghe artigiane della Trapani dei secc. XVII-XVIII, e fatti sfilare da maestranze, che cadenzano il loro passo al ritmo della marcia intonata dalla banda musicale. Comunque il corteo - malgrado lo svolgersi cadenzato - intende offrire "Li diavuli" di Prizzil'immagine di un procedere composto, ben diverso dal frenetico schiamazzo con cui a San Fratello (ME) il Venerdi i «giudei», veri e propri geni del male, commentano il momento della morte di Gesù. Con vari rituali, viene, quindi, rievocata un po' dovunque la Resurrezione. A San Cataldo (CL), p. es., gli apostoli, individuati in strane figure di cartapesta di eccezionale grandezza (i «sanpaoloni»), percorrono le vie tra la folla esultante. A Prizzi (PA), invece, si celebra col Ballo dei diavoli la vittoria del Bene sul Male. Il giorno di Pasqua, infatti, i diavoli, rappresentati da montanari con pesanti maschere, casacche rosse e pelli di montone, insieme alla Morte, vestita di giallo e ornata di arco e frecce, tentano di impedire, per ben cinque volte, quanti sono i quartieri del paese, l'incontro della Madonna con Gesù. Ma accanto alle statue dell'Addolorata e del Figlio, sono due angeli, e questi feriscono a morte, con la spada, i diavoli, che, pertanto, cadono a terra sconfitti. A Piana degli Albanesi la domenica di Resurrezione non poche donne affollano la cattedrale e sfoggiano la «tslome» (gonnella rossa e verde, ricamata in oro), la «kresa» (tipica acconciatura del capo) e, soprattutto, le bellissime cinture intarsiate, atteggiandosi, in realtà, a protagoniste della manifestazione, che comprende, fra l'altro, il volo delle colombe e la distribuzione di uova colorate di rosso. L'altro ciclo, quello natalizio, un tempo punteggiato dalla tradizione del presepio, oggi sostituita da quella dell'albero, si presenta, certo, meno intenso del ciclo pasquale, seppure maggiormente connotato da usi gastronomici e dolciarie, recuperati anche con specifiche manifestazioni (Scaletta Zanclea [ME]). Non così, invece, può dirsi del ciclo profano del Carnevale, che dà luogo in alcune zone (p. es. Termini Imerese,I giudei di San Fratello Acireale) a forme spettacolari di evidente simbologia, con sfilate di carri allegorici, con rappresentazioni di lotte (Mastro di Campo, a Mezzojuso [PA]) o con la morte del nannu, arso vivo sulla pubblica piazza (p. es. Cinisi [PA]). Il panorama fin qui tratteggiato, di un folklore tutto «da guardare», perchè res extensa, non deve mettere in ombra altri aspetti che costituiscono, invece, momento essenziale della vita popolare, di per sè folklore. Ci riferiamo alle espressioni caratterizzanti il quotidiano e il lavoro, la cui specificità non è sempre legata a particolari rituali celebrativo-commemorativi, bensì si delinea in rapporto al permanere di tecniche preindustriali e/o semindustriali, quali «esotratti» segnati da schemi e abiti culturali di fisionomia tradizionale. Sono tali tecniche e i relativi manufatti le forme proprie della «cultura del fare» o «materiale», che, nell'attuale fase di mutamento antropologico e di passaggio dalla civiltà contadina al modello consumistico-industriale, ricevono, a ragione, la preminente attenzione degli studiosi. Ambito specifico per il recupero e l'analisi di tale cultura sono le aree maggiormente conservative: cosìi quella rurale legata alla coltura cerealicolo-estensiva (nel Trapanese, nel Nisseno, nell’Agrigentino e nel Ragusano) e quella estrattiva, delle saline (p. es. Trapani) e delle miniere di zolfo (p. es. Racalmuto [AG]). E sono aree dove non solo le tecniche di produzione, ma i rapporti sociali, le strutture familiari e comunitarie, sanno ancora, certamente, d'antico, malgrado il potere sempre più dirompente che sono venute assumendo le lotte politico-sindacali, l'arrivo - sia pure limitato - di una certa meccanizzazione, il crescere continuo del flusso migratorio, fattori tutti che sembrano doverle predisporre al più rapido processo di deculturazione. II rapporto tradizione-innovazione, Pistacchio dell'Etna - Brontecomunque, non sempre si offre in Sicilia in modo quasi oppositivo. Altre aree, infatti, sembrano accogliere tecniche e forme moderne, volte certamente ad ancor più specializzare la produzione. Ci riferiamo, p. es., alle colture dell’olivo (fiorente nel Messinese e nel Palermitano), del mandorlo (nel Ragusano e nel Siracusano), del nocciolo e del castagno (sui Nebrodi), del pistacchio (sull’Etna) e, più che altro, alla coltura del vino (nel Marsalese). Ebbene, con chiara evidenza, ogni situazione sincronica (di tipo conservativo-innovativo) trova esiti ben precisi nel folklore che, pertanto, risulta indice termometrico della specifica condizione socio-economica. In tal senso, le aree più propriamente votate alla pastorizia e alla pesca offrono valida conferma. Nelle zone delle Madonie, dei Nebrodi e degli Iblei, segnate ancora dalle tecniche pastorali di tipo manuale, la «cultura casearia», p. es., si esplicita ancora in manufatti di tipo tradizionale: dai lavori di intarsio (bastoni, gotti, collari), nei quali da sempre si è indicata tanta parte della cosiddetta arte contadina, ai caciocavalli figurati (San Fratello e Montalbano d'Elicona [ME]). Come, per quanto riguarda la cultura dei pescatori, in non poche zone ancor oggi caratterizzate da attività pescherecce di dimensione preindustriale, si segnala il permanere di forme anch'esse di impronta tradizionale. E’ il caso della mattanza (Favignana [TP]) ritmata su antichi canti (la cialoma) eseguiti dalla ciurma che, con a capo il «rais», chiude con gesti rituali i tonni nella camera della morte. Se l’artigianato, le feste, le tecniche, i manufatti, i momenti del lavoro contadino, pastorale e marinaresco,La Mattanza - Favignana compongono il folklore, il mosaico non può pero risultare completo senza un accenno al suo aspetto cosiddetto orale, etnomusicologico e coreografico, che non solo ha avuto il primato negli studi demologici ma che oggi, nonostante l'esito deterrente della strumentalizzazione folkloristica, si rioffre in tutta la sua potenzialità, perchè fonte necessaria e ineliminabile per il più completo disegno della storia. Ricco di generi e di forme, il folklore orale dell’isola si delinea dalle canzuni amorose, alle stone dei cantastorie, dai canti di lavoro, ai ritmi di tono religioso; dalle fiabe, novelle, racconti e leggende ai proverbi, ai modi di dire, e cosi via. Forma specifica delle canzuni e l’ottava (siciliana: cioè composta da otto endecasillabi a rima alterna; epica: cioè composta da otto endecasillabi, di cui i primi sei a rima alterna, gli altri a rima baciata), presente nella tradizione di ieri come «messaggio» fra i giovani dei due sessi, oggi memorizzata piuttosto dai più anziani, si direbbe sopravvissuti dell'antica cultura. Materia propria dei cantastorie, le storie, se profane, narrano sia di grandi eventi (carestie, pestilenze, incursioni barbaresche, alluvioni, terremoti, rivolte) sia di fatti relativi a ladri, banditi, briganti, sia di tragiche e disperate vicende amorose; se religiose, prendono le mosse dalla Bibbia, rabberciano fatti del Vecchio e del Nuovo Testamento, oppure segnano gli ultimi atti della vita del Nazareno, ponendoci sott'occhio la Passione e la CantastorieCrocefissione. Le storie derivano l'impostazione tipica del racconto, la scelta del metro e certi particolari moduli narrativi, dai cantari, di contenuto cavalleresco. Poi la materia cavalleresca finì in Sicilia sulla bocca dei contastorie; e i cantastorie si specializzarono, divenendo i giornalisti e gli informatori pubblici di fatti e avvenimenti eccezionali ma, soprattutto, i portavoce del malcontento popolare, delle lamentele delle varie categorie professionali, delle proteste verso i reggitori della cosa pubblica; come, anche, i suscitatori di ilarità, mediante la divulgazione di contrasti umoristici, rime burlesche, sollazzi. Recuperate piuttosto in quanto testi, le forme citate, come le altre (dai canti di lavoro, rivolti a ritmare le fatiche dei campi e della pesca; alle lamentanze, che commentano talune cerimonie religiose della Pasqua) raramente sono state analizzate sotto il rispetto etnomusicologico, cioè a dire nella componente musicale, cui sempre risulta connessa una specifica strumentazione. Laddove questa appare ancor oggi emblematica: dal marranzanu, ricavato da un pezzo di acciaio opportunamente ritorto, al friscalettu, vero e proprio flauto di estrazione pastorale; dal tammureddu (tamburello chiuso, da un lato solo, con una pelle che produce l'effetto di cassa armonica e con pezzi di latta sistemati a coppie nella parte periferica del telaio di legno), alla quartara, che da, soffiandovi dentro, un caratteristico suono di accompagnamento, alla ciaramedda, cornamusa pastorale propria delle ricorrenze natalizie. Come egualmente di rado le espressioni orali sono state analizzate quali componenti di un insieme globale di resa coreografica e cinesica: e qui il riferimento va subito al noto ballo della Cordelia (Petralia Sottana), erede di una più antica danza di fertilità. Svolto da dodici coppie di ballerini, disposti a raggiera intorno ad una pertica dalla quale pendono nastri multicolori, tale ballo si sostanzia di un tipico canto ritmico, al cui suono le dodici coppie danzano, intrecciando i nastri in molteplici composizioni coreografiche. Ne all’evidenziato limiteBallo della Cordelia (Petralia Sottana) di analisi si è sottratto il patrimonio narrativo, seppure intensamente raccolto già nel secolo scorso. Riguardato preminentemente sotto il rispetto letterario, infatti, raramente ha potuto rivelarsi come chiave di lettura della realtà, laddove tale tipo di patrimonio sembra proprio votato a ricomporre le discrasie del sociale e dell’economico a livello subalterno. Da qui se in esso al benessere sociale ed economico dei personaggi della fascia egemone si associa immancabilmente il malessere psicologico; e se, per converso, al malessere fisico ed economico dei personaggi della fascia subalterna si connette il compensativo benessere morale e/o materiale. A fronte della poliedrica intensità del folklore siciliano, diverse istituzioni si volgono al suo recupero e alla sua analisi. A Palermo operano l'istituto di scienze antropologiche della facoltà di magistero (per l'antropologia visuale e le ricerche di etnostoria) e l'istituto di scienze geografiche e antropologiche della facoltà di lettere e filosofia (per le ricerche sulla cultura materiale); a Catania, l'istituto di storia delle tradizioni popolari della facoltà di lettere e filosofia e a Messina gli insegnamenti di storia delle tradizioni popolari della facoltà di lettere e filosofia e della facoltà di magistero. Nella stessa prospettiva si pongono pure, a Palermo, l'Archivio audiovisivo per le culture nell'area del Mediterraneo ed il Centro internazionale di etnostoria. Con criteri museografici più moderni di quelli a suo tempo eseguiti per il Museo etnografico siciliano G. Pitre (Palermo) sono, intanto, sorti, la Casa-museo di Palazzolo Acreide (SR), il Museo etnografico di Gibellina (TP), il Museo del carretto di Terrasini (PA), il Museo internazionale delle marionette di Palermo il Museo etnostorico dei Nebrodi (Ucria [ME]), insieme con altre vere e proprie strutture di documentazione e di studio sorrette dall'Assessorato regionale ai beni culturali e ambientali e alla pubblica istruzione e dai Ministero dei beni culturali, come dall'Archivio etnostorico nazionale di Palermo.

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